ECONOMIA
Conti pubblici, l'Italia cammina sul filo: deficit sopra il 3%, debito record e manovra tutta da scrivere
Giorgetti avverte: "Situazione nuova". Crescita rivista al ribasso, prezzi energetici in risalita, margini politici che si restringono
Nel giorno in cui Eurostat certifica per l’Italia un rapporto deficit/Pil al 3,1% nel 2025 e il Consiglio dei ministri approva il Documento di finanza pubblica 2026, Giancarlo Giorgetti mette in chiaro una cosa: immaginare oggi una legge di bilancio già definita, lineare, immutabile, sarebbe fuori dalla realtà.
Il punto politico ed economico è tutto qui. La futura manovra non nascerà in laboratorio, dentro un quadro stabile e prevedibile. Dovrà invece adattarsi a una “situazione nuova”, espressione usata dallo stesso Giorgetti, che sintetizza tre pressioni simultanee: rallentamento della crescita, conti pubblici ancora sotto osservazione europea e nuovi shock sui prezzi, a partire da energia, gas, elettricità e carburanti. In altre parole: il governo rivendica disciplina sui saldi, ma ammette che lo scenario è cambiato abbastanza da imporre correzioni di rotta.
Il messaggio di Giorgetti: niente previsioni “sicure” in un mondo instabile
La frase più rilevante pronunciata dal titolare del ministero dell’Economia e delle Finanze non riguarda soltanto i numeri, ma il metodo. A chi gli chiedeva se la prossima legge di bilancio potrà essere espansiva, Giorgetti ha risposto che nessuno può fare previsioni affidabili sui successivi 6-10 mesi in un contesto internazionale dominato da decisioni esterne e altamente instabili. Il richiamo a Trump non va letto solo in chiave americana: indica che il ciclo economico europeo e italiano dipende oggi più del solito da variabili geopolitiche, commerciali ed energetiche che sfuggono al controllo dei singoli governi nazionali.
È una posizione che, al netto del tono, ha una sua coerenza. Già nelle scorse settimane il ministro aveva definito le stime di medio periodo particolarmente difficili, e il nuovo Dfp fotografa un’economia che rallenta ancora. Per il 2026 la crescita del Pil viene rivista dal 0,7% allo 0,6%; per il 2027 da 0,8% a 0,6%; per il 2028 da 0,9% a 0,8%. Sono limature solo in apparenza modeste: in un Paese ad alto debito, pochi decimali di crescita in meno pesano sia sul gettito sia sulla sostenibilità politica delle promesse di spesa.
Il nodo del 3,1%: perché l’Italia non può dirsi davvero fuori pericolo
Sul piano dei conti, il dato del giorno è il 3,1%. Eurostat ha confermato che nel 2025 l’indebitamento netto dell’Italia si è fermato appena sopra la soglia simbolica del 3% prevista dalle regole europee. Il miglioramento rispetto al 3,4% del 2024 c’è, ma non basta a consentire un’uscita immediata dalla procedura per disavanzo eccessivo. E accanto al deficit c’è l’altro grande numero: il debito pubblico sale al 137,1% del Pil, dal 134,7% dell’anno precedente. L’Italia resta così tra i Paesi più indebitati dell’Unione, seconda solo alla Grecia per rapporto debito/Pil.
Da qui la battuta calcistica del ministro — “rigore è quando arbitro fischia”, citando Vujadin Boskov — usata per commentare la decisione statistica europea. Dietro l’ironia, c’è però un punto sostanziale: il governo sperava in un approdo sotto il 3%, o quantomeno in uno spazio interpretativo sufficiente a presentare il risultato come un traguardo politico. La certificazione di Eurostat chiude invece la discussione sui decimali e costringe l’esecutivo a muoversi ancora dentro un perimetro di prudenza.
Questo non significa che sia in arrivo una stretta immediata o una manovra correttiva automatica. Giorgetti ha più volte sostenuto che i conti italiani sono in grado di assorbire gli shock senza interventi d’emergenza. Ma significa che ogni scelta d’autunno — dal taglio delle tasse ai sostegni contro il caro-energia, fino a eventuali nuove spese per priorità politiche o strategiche — dovrà essere pesata con una cautela molto superiore a quella che sarebbe stata possibile con un deficit già ricondotto sotto la soglia europea.
Una manovra “adeguata alla situazione nuova”: cosa implica davvero
La formula scelta dal ministro è meno neutra di quanto sembri. Dire che la manovra sarà adeguata alla situazione nuova equivale a escludere, almeno per ora, due ipotesi opposte ma ugualmente semplicistiche. La prima è che la legge di bilancio possa essere costruita come se nulla fosse cambiato, replicando priorità e spazi previsti mesi fa. La seconda è che si debba necessariamente imboccare una linea recessiva e difensiva. Il messaggio è più sofisticato: si terrà la traiettoria, ma il contenuto concreto dipenderà dall’evoluzione dei prezzi, della crescita e delle decisioni internazionali.
In questo quadro, i saldi tendenziali del Dfp peggiorano leggermente rispetto alle attese precedenti: il deficit per il 2026 sale dal 2,8% al 2,9%, per il 2027 dal 2,6% al 2,8%, per il 2028 dal 2,3% al 2,5% secondo quanto riferito nelle ricostruzioni successive al Cdm. Non siamo di fronte a una derapata, ma il segnale è chiaro: la discesa sotto il 3% resta prevista, tuttavia diventa meno ampia e meno rassicurante di quanto il governo sperasse in precedenza.
Il confronto con le stime della Commissione europea e del Fondo monetario internazionale aiuta a capire la strettoia. La Commissione aveva indicato per l’Italia un deficit al 2,8% nel 2026 e al 2,6% nel 2027, con debito atteso al 137,2% del Pil a fine 2027. L’Fmi, nel suo aggiornamento di aprile, vede un deficit al 2,8% nel 2026 ma un debito in ulteriore crescita al 138,4%, fino al 138,8% nel 2027. Tradotto: i conti migliorano, ma restano vulnerabili a ogni scossone su crescita, interessi o prezzi energetici.
Energia, carburanti, inflazione: i fattori che possono cambiare il conto
È qui che il ragionamento di Giorgetti diventa più concreto per famiglie e imprese. Il ministro ha richiamato apertamente l’aumento di energia, carburanti e inflazione come fattori da considerare nella definizione della prossima manovra. Non si tratta di un generico appello alla prudenza: negli ultimi dati disponibili, l’inflazione italiana ha già mostrato una risalita. Secondo Istat, a marzo 2026 l’indice NIC è salito del +1,7% su base annua, dal +1,5% di febbraio, con una dinamica spiegata soprattutto dalla netta risalita dei prezzi degli energetici. Nello stesso mese, il cosiddetto “carrello della spesa” è cresciuto del +2,2%.
È un dato importante per due ragioni. La prima: l’inflazione complessiva resta lontana dai picchi del passato, ma cambia composizione e torna a essere spinta da voci ad alta sensibilità sociale. La seconda: quando salgono gas, elettricità e benzina, l’effetto non si esaurisce alla pompa o in bolletta. Si trasmette ai costi di trasporto, alla filiera alimentare, alla logistica, ai margini delle imprese e infine ai consumi. In un’economia che cresce dello 0,6%, anche un’accelerazione moderata dei prezzi può sottrarre potere d’acquisto sufficiente a spegnere la domanda interna.
L’Istat, nelle sue infografiche congiunturali, aveva già segnalato a marzo come le tensioni geopolitiche e i rischi sulle forniture potessero alimentare l’aumento dei prezzi di petrolio e gas, con il Brent in media a 71,1 dollari al barile a febbraio e con scenari di maggiore tensione capaci di spingere le quotazioni oltre i 100 dollari. È precisamente il tipo di variabile che rende imprudente, oggi, scrivere una legge di bilancio come se il quadro dell’autunno fosse già noto.
Il vero problema non è solo il deficit: è il margine politico
Dal punto di vista tecnico, il governo può ancora rivendicare che la traiettoria di finanza pubblica resta ordinata. Dal punto di vista politico, però, il margine si restringe. Se la crescita rallenta, il deficit cala meno del previsto e il debito resta sopra il 137% del Pil, ogni nuova misura dovrà trovare coperture credibili oppure rinunciare a essere strutturale. È il cuore del dilemma che accompagnerà la legge di bilancio: come proteggere famiglie e imprese dai rincari senza compromettere il percorso di rientro concordato con l’Europa.
Per questo il lessico del ministro va letto con attenzione. Quando parla di “situazione nuova”, Giorgetti non descrive solo l’economia: prepara il terreno a una manovra selettiva, meno ideologica e più condizionata dagli eventi. Se i prezzi energetici dovessero stabilizzarsi, l’esecutivo potrebbe concentrare le risorse su lavoro, famiglie e sostegno alla competitività. Se invece l’autunno si aprisse con nuovi rialzi su gas e carburanti, sarebbe difficile evitare misure compensative, magari temporanee, che però mangerebbero spazio ad altri interventi.