il caso
Ryanair, lo shock energetico costa 50 milioni al mese e l'outlook sui prezzi resta negativo
Anche in caso di tregua immediata, ci vorrebbero da tre a quattro mesi per riportare il carburante sotto la soglia psicologica dei 100 dollari. A rischio il 10-20% degli approvvigionamenti globali del vettore a causa del blocco di Hormuz
L'unico Paese europeo che rischia di ritrovarsi a corto di cherosene a causa del blocco dello stretto di Hormuz è il Regno Unito. Lo afferma l’amministratore delegato di Ryanair, Michael O’Leary, ricordando che Londra “prende il combustibile dal Kuwait”.
“In questo momento – spiega – le compagnie petrolifere dicono che non ci saranno rischi di approvvigionamento durante maggio, ma non siamo sicuri per quanto riguarda giugno”.
Sul fronte dei prezzi, il gruppo ha messo in sicurezza i costi del carburante: “L'80% del nostro carburante ha il prezzo bloccato fino a marzo 2027 a 67 dollari al barile”, precisa O’Leary.
Il restante 20% è stato fissato a 74 dollari al barile a febbraio per il mese di marzo, mentre per aprile è stato prezzato a 150 dollari al barile, “a seguito dei bombardamenti sull’Iran da parte degli Usa e di Israele”, osserva ancora il numero uno della compagnia.
Per maggio, aggiunge, la quota non coperta “sarà vicino ai 150 dollari al barile”, con un raddoppio in appena due mesi.
Solo ad aprile questo scatto è costato “50 milioni di dollari in più” a Ryanair.
Se la quotazione dovesse restare su 150 dollari per un anno, l’impatto complessivo sarebbe “di circa 600 milioni di dollari”.
Quanto agli approvvigionamenti, O’Leary distingue tra Regno Unito e resto d’Europa: gli altri Paesi del continente “sicuramente a maggio e probabilmente a giugno” corrono meno rischi, perché si riforniscono da Norvegia, Africa occidentale, Stati Uniti e Russia, “anche se non si può dire” con certezza.
“Finché questa guerra in Medio Oriente si protrae e Trump continua a gestirla malamente – argomenta – sicuramente i prezzi non vincolati dei carburanti rimarranno più alti”.
In questo quadro, il manager non ritocca le stime del gruppo per l’assenza di visibilità. “Il prezzo delle nostre azioni da quando Trump ha iniziato a bombardare l’Iran è sceso da 32 a 25 euro e questo significa che il mercato si aspetta che i nostri profitti possano scendere maledettamente”, afferma.
“Tuttavia non si può fare nessuna previsione a questo punto dell’anno, perché non abbiamo visibilità sui prezzi del carburante a giugno, per non parlare dell’inverno”.
Se il conflitto in Medio Oriente dovesse protrarsi e lo stretto di Hormuz rimanesse chiuso, Ryanair “ritiene che ci sia un rischio per il 10 o il 20% delle nostre forniture di carburante, ma nessuno di noi lo sa con certezza”.
“Se anche la guerra dovesse finire domani – conclude O’Leary – ci vorrebbero comunque tre o quattro mesi perché tutto ritorni alla normalità, con i prezzi dei carburanti che potrebbero scendere sotto i 100 dollari al barile entro settembre”.