L'allarme
Giovani senza futuro, allarme sull'Italia anche dall'Ocse: criticità per salari fermi, fisco e fonti fossili
Le stime di crescita economica calano sotto l'1% per il biennio 2026-2027. Pesano l'inverno demografico, la bassa produttività e l'impatto dello shock energetico, ma il Pnrr offre un'ancora di salvezza
Lo shock energetico causato dalle tensioni internazionali «peserà sulla crescita nei prossimi due anni», determinando un fisiologico rallentamento di consumi, investimenti e produzione. È la nitida fotografia scattata dall'Ocse (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico, Oecd nella sigla internazionale) nella sua ultima Economic Survey dedicata all'Italia, documento in cui l'organizzazione parigina taglia le stime di crescita per il nostro Paese, fissandole allo 0,4% per il 2026 e allo 0,6% per il 2027. Lo scenario, seppur avvolto dall'incertezza globale che non esclude variazioni positive, presenta rischi significativi e orientati al ribasso. Come spiegato dal capo economista dell’Ocse, Stefano Scarpetta, il perno della resilienza economica italiana è stato il Pnrr: nel 2025 gli investimenti pubblici hanno infatti superato il 3,8% del Pil, toccando il livello più alto degli ultimi trentacinque anni. Tuttavia, occorre ora una «strategia complessiva e selettiva» che porti a termine gli obiettivi del piano e faccia leva su riforme strutturali, pur mantenendo salda la bussola del risanamento dei conti pubblici.
Il vero campanello d'allarme suona sul fronte del mercato del lavoro e delle nuove generazioni. Alla fine del 2025 i salari reali italiani, al netto dell'inflazione, risultavano ancora inferiori ai livelli del 2019, collocando la Penisola in fondo alla classifica Ocse. La situazione è ancora più drammatica per i giovani, colpiti da una stagnazione che vede le loro retribuzioni medie ferme, nel 2025, «al di sotto dei livelli del 1990». La radice del problema risiede nella produttività del lavoro che in Italia è cresciuta molto poco. A questo si somma un tasso di 'Neet' (giovani tra i 20 e i 24 anni senza occupazione né formazione) che, sebbene in miglioramento rispetto al picco del 27% del passato, supera ancora ampiamente il 15%, posizionandosi ai vertici negativi tra i Paesi industrializzati. A peggiorare il quadro contribuiscono i finanziamenti al sistema universitario, giudicati ai livelli più bassi dell'area Ocse.
Sul versante delle entrate, l'organizzazione rileva come persistano ampi deficit di riscossione. Le raccomandazioni puntano sulla semplificazione dell'Iva, sulla riduzione delle esenzioni e sulla promozione dei pagamenti digitali per far emergere il sommerso. Viene inoltre evidenziato come un regime forfettario troppo vantaggioso rischi di disincentivare il passaggio all'ordinario. Il cuore della ricetta fiscale dell'Ocse risiede però nella rimodulazione del carico tributario: un necessario «spostamento del carico fiscale dalle imposte sul lavoro verso quelle sulla proprietà e affini» aiuterebbe a stimolare l'occupazione, alleggerendo i contributi previdenziali che oggi disincentivano il lavoro formale.
Infine, le ipoteche sul lungo periodo restano legate a energia e demografia. I combustibili fossili continuano a dominare il mix energetico italiano, impattando sulla competitività e sulla sicurezza nazionale. Scarpetta sottolinea la necessità di spostarsi con forza verso le rinnovabili, riducendo le emissioni e la dipendenza dall'estero. Questo sforzo, unito alla necessità di invertire il preoccupante calo delle nascite, frenare la fuga dei cervelli e includere maggiormente le donne nella forza lavoro, rappresenta la sfida cruciale per evitare che l'invecchiamento della popolazione e la frammentazione del tessuto imprenditoriale condannino il Paese a una crescita perennemente asfittica.