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il caso

Oltre l'alibi del Superbonus: la vera storia del deficit sfuggito di mano

L'analisi de Il Foglio smonta le scuse ufficiali: maggiori uscite non preventivate svelano una macchina di bilancio che ha corso senza freni

24 Aprile 2026, 11:49

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Oltre l'alibi del Superbonus: la vera storia del deficit sfuggito di mano

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Un paradosso di dimensioni minime con ricadute politiche enormi: così si può riassumere il dato sul deficit italiano per il 2025. Per scendere sotto la soglia simbolica del 3% nel rapporto deficit/Pil sarebbero bastati circa 600 milioni di euro, una somma irrisoria se confrontata con un prodotto interno lordo nominale superiore a 2.258 miliardi.

Eppure il dato definitivo certificato da Eurostat ha fissato il disavanzo al 3,1%, trasformando l’obiettivo principale del governo in un doloroso autogol che mantiene l’Italia nella procedura europea per disavanzo eccessivo.

Palazzo Chigi ha inizialmente provato a ridurre la vicenda a una sfortunata beffa statistica, ma la solidità dei numeri smentisce questa lettura. Il nodo non è una stima troppo prudente del Pil, bensì l’assenza di un controllo efficace sulla spesa pubblica. Il tetto del 3% non era un dettaglio tecnico, ma il vessillo politico di un bilancio dichiarato “prudente” per rassicurare mercati e partner europei. Imporsi un traguardo così delicato senza creare un adeguato cuscinetto ha messo a nudo la distanza tra la solennità dei proclami e la reale vigilanza sulle uscite.

A chiarire le dimensioni del fallimento politico e contabile è l’analisi della stampa. Secondo Il Foglio, sulla base del Documento di finanza pubblica, lo sforamento deriva da spese superiori alle previsioni di manovra per 11,3 miliardi di euro, compensate soltanto in parte da 10,7 miliardi di maggiori entrate. Al netto delle dinamiche legate al Pnrr, il quadro è limpido: la macchina della spesa ha accelerato troppo, erodendo l’extragettito, in una traiettoria che il Ministero dell’Economia non ha saputo intercettare e correggere per tempo.

Per spiegare la débâcle, la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ha puntato il dito contro il Superbonus, ritenuto responsabile di ulteriori oneri per 8,4 miliardi. Un alibi che, nelle analisi tecniche, appare fragile: gli effetti distorsivi dei bonus edilizi erano ampiamente noti e avrebbero imposto un margine di bilancio più prudente. Inoltre, l’Istat ha precisato che nei conteggi di aprile è già stata recepita una riduzione del deficit di 905 milioni proprio grazie all’acquisizione dei dati sui crediti d’imposta; eppure, nonostante questo “sconto” statistico, la soglia è rimasta inchiodata al 3,1%.

Restare sotto la lente della procedura europea ha conseguenze concrete. Con un debito al 137,1%, il secondo più alto dell’Unione Europea, Bruxelles proseguirà il monitoraggio, esigendo una correzione perentoria entro il 2026 e imponendo limiti stringenti alla crescita della spesa netta. Uno scenario che restringe ulteriormente lo spazio politico per le prossime manovre e sposta l’uscita formale dalla procedura al 2027.

Pur con il saldo primario tornato positivo e con il deficit complessivo sceso dal 3,4% al 3,1%, l’imprecisione dell’ultimo miglio proietta un’ombra sui prossimi anni. Con le stime di crescita del Pil per il 2026 ridotte a un esiguo 0,6%, i margini si assottiglieranno in modo drastico. La vera eredità del 3,1% non è un inciampo contabile, ma la necessità di affrontare un biennio in cui la credibilità non potrà più misurarsi con gli annunci, bensì con un governo implacabile delle uscite, senza affidarsi a revisioni o alibi retrospettivi.