L'INTERVISTA
Prodi, Re Carlo, Mitterrand e Draghi: la vita di Ponzellini tra potere, fortuna e tagliatelle al Circolo Arci
Il banchiere ex presidente di Bpm e Impregilo si racconta al Corriere: «Meglio ereditare i soldi che farli. Il mondo della finanza è finito»
È uno di quegli uomini che hanno attraversato la storia economica e politica italiana degli ultimi cinquant'anni senza mai restare in secondo piano. Massimo Ponzellini, banchiere, classe 1950, figlio di una famiglia con tre generazioni di cavalieri del lavoro, si racconta al Corriere della Sera in una conversazione densa di aneddoti, aforismi e giudizi taglienti. Il ritratto che emerge è quello di un uomo convinto che la fortuna conti quanto il talento — «la mia prima lezione alla Luiss era sempre sull'importanza del culo della vita», dice senza imbarazzo — e che oggi guarda al mondo della finanza con il distacco di chi ne ha visto il tramonto.
Da Bologna a Parigi, passando per Prodi
La formazione di Ponzellini è bolognese, nel senso più pieno del termine. Bologna «comunista nel Dna», racconta al Corsera, con le estati sul lago di Varese che lo trasformavano provvisoriamente in democristiano — «andavo in chiesa, dicevo le preghiere» — e il ritorno in città che lo riportava al Circolo Arci, alle tagliatelle e al tresette. Fu proprio quella Bologna a consegnargli il mentore della vita: Romano Prodi. Lo incontrò portando brioche e panini con la mortadella agli intellettuali del Mulino, dove il padre aveva incoraggiato la nascita della casa editrice. «Professore, andiamo al caffè, vi offro le brioche»: non è un modo di dire, è la scena reale con cui Ponzellini racconta l'inizio di un'amicizia che avrebbe cambiato la sua traiettoria.
Quando Prodi fu chiamato al ministero dell'Industria, portò con sé Ponzellini come segretario particolare. Aveva 28 anni. Durò tre mesi — Andreotti cambiò i ministri — ma abbastanza per capire come funzionava il potere. Nel 1981 fondarono insieme Nomisma, con l'idea di dimostrare che «l'economia non era né di destra né di sinistra». Poi arrivò l'IRI per Prodi, e Ponzellini proseguì per conto suo, fino alla Banca europea degli investimenti, passando dal Lussemburgo su indicazione del ministro Lamberto Dini — il cui nome, al telefono di casa a Londra, fu storpiato dalla figlia Enrica in «signor Lampadini».
Re Carlo, Attali e i 12 volumi di Pushkin
Sono gli aneddoti a dare la misura di una biografia fuori dal comune. A Parigi, racconta nell'intervista, usciva con Mitterrand. A Londra con Re Carlo, «allora Principe», con cui condivideva la passione per l'architettura e viaggi a Praga, Budapest, San Pietroburgo. In Russia acquistarono insieme dodici volumi inediti di Pushkin, poi stampati a Oxford e donati alle autorità russe. «Casa nostra ad Ascot confinava con il parco di Windsor», dice Ponzellini, con la nonchalance di chi è abituato a vivere in quella fascia d'aria rarefatta dove politica, finanza e aristocrazia si mescolano senza troppe cerimonie. Al funerale del Principe Filippo c'era anche lui, invitato come vicino di casa.
I domiciliari e la certezza dell'assoluzione
Nel 2009 Ponzellini diventò presidente di Bpm, anni di battaglia con il sindacato, cambio di statuto e poi le dimissioni. «Chi ha fatto la rivoluzione non può gestire il dopo», dice al Corriere. Poi arrivò la magistratura. Agli arresti domiciliari, racconta, non ha mai dubitato dell'esito: «Il fatto che fossi assolto era per me una certezza». Si dimise da Impregilo perché «quando uno non va in ufficio deve dimettersi», consapevole dei tempi lunghi della giustizia. L'assoluzione arrivò, come aveva previsto. Sulla magistratura non risparmia un giudizio che suona quasi provocatorio nel clima attuale: «Ho fiducia totale nella magistratura, la categoria di dipendenti pubblici più capace che abbiamo».
«Meglio ereditare i soldi che farli»
Cosa resta, alla fine, di una vita passata tra banche, governi e palazzi reali? Una sentenza aforistica, consegnata al Corsera con la sicurezza di chi non teme di sembrare cinico: «La cosa più noiosa del mondo è fare soldi, meglio ereditarli o sposarli». Poi aggiunge, per non lasciare equivoci: «Il mio è stato un matrimonio d'amore» — quello con Maria Segafredo, della dinastia del caffè, il cui nome si è fatto tatuare sul braccio con la sua grafia. Tre figlie, Enrica, Eloisa e Rachele, descritte come «in gambissima».
Sul futuro della finanza, Ponzellini è netto: «Il mondo della finanza è finito. Se dai i soldi a chi già li ha, sono aridi e con poca gratitudine. Se li dai a chi ha bisogno, vieni premiato». Il pensiero va alle piccole e medie imprese. Un'ultima conversione, forse, per un uomo che ha cambiato molte casacche nella vita — politiche, geografiche, istituzionali — e che al Corriere spiega la sua filosofia con la stessa semplicità con cui da ragazzo offriva brioche ai professori: «Non ho mai avuto paura di cambiare: ogni volta ti si apre un mondo».