la polemica
La sfida sui conti pubblici nel Centrodestra tra pragmatismo e rottura
Mentre Meloni cerca la sponda europea, la Lega di Salvini minaccia lo strappo sul Patto di stabilità. I conti italiani in bilico tra il rischio spread e l'isolamento a Bruxelles
A ridosso del voto del 30 aprile 2026 alla Camera sul Documento di finanza pubblica (Dfp), l'esecutivo italiano affronta una pressione che non arriva soltanto da Bruxelles, ma corrode anche gli equilibri interni della maggioranza di centrodestra.
Da un lato, Fratelli d'Italia e Forza Italia, forti della responsabilità di governo, mantengono una postura di prudente pragmatismo, consapevoli che il peso del debito e lo sguardo attento dei mercati non consentono passi nel vuoto. Dall'altro, la Lega di Matteo Salvini, con le sortite del senatore Claudio Borghi, ha rispolverato la cifra identitaria spingendosi fino a minacciare “l'abbandono” unilaterale del Patto di stabilità qualora da Bruxelles non giungessero margini di flessibilità fiscale.
Le cifre macroeconomiche spiegano con chiarezza la delicatezza del momento. Per il 2025, Eurostat e Istat attestano un rapporto deficit/Pil al 3,1%, appena oltre la soglia simbolica del 3%, e un debito pubblico al 137,1%. A complicare ulteriormente il quadro interviene il nuovo Dfp, che prevede per il 2026 e il 2027 una crescita ferma allo 0,6% e, per l'anno prossimo, un disavanzo tendenziale al 2,9%.
Questa combinazione di “crescita anemica”, vincoli Ue stringenti e la tentazione di ricorrere ancora al deficit riduce drasticamente i margini di azione del governo, imponendo al ministro dell'Economia, Giancarlo Giorgetti, un inevitabile “realismo”. Il Dfp 2026 è il primo vero banco di prova della nuova architettura europea: il vecchio DEF va in soffitta a favore di piani strutturali di medio termine, con traiettorie di spesa da concordare con le istituzioni comunitarie. Dentro questa cornice, il consueto schema propagandistico “Europa cattiva contro Roma virtuosa” non regge più la prova dei fatti.
A complicare il mosaico c'è la “clausola di salvaguardia nazionale”, strumento varato da Bruxelles nel marzo 2025 con il piano ReArm Europe per consentire flessibilità fino all'1,5% del Pil, ma esclusivamente per la spesa in difesa. Dodici Paesi, tra cui la Germania, l'hanno già attivata; Roma, invece, prende tempo, incerta se sfruttare lo spazio consentito o continuare ad agitare lo spettro di uno strappo complessivo.
Nel frattempo, Marco Osnato (FdI) e Raffaele Nevi (FI) provano a raffreddare gli animi della coalizione, invitando a evitare “voli pindarici” e richiamando l'attenzione sui rischi per lo spread che derivano da una retorica eccessivamente muscolare. In gioco non c'è un dibattito accademico, ma il perimetro finanziario concreto della prossima legge di bilancio e delle misure a sostegno di famiglie e imprese. Se in Aula dovessero prevalere gli slogan di rottura, non ne scaturirebbe un'effettiva uscita dai vincoli Ue; si invierebbe piuttosto agli investitori il segnale che la tenuta del governo è più fragile del previsto, con il rischio di innescare un aumento fatale del costo del nostro debito.