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28 aprile 2026 - Aggiornato alle 20:27
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il provvedimento

Cosa c'è nel decreto lavoro appena approvato: dal "salario giusto" al no agli aumenti per i contratti già scaduti

Nessuna retroattività automatica immediata per i 5,5 milioni di dipendenti in attesa di rinnovo contrattuale. Per queste posizioni gli effetti degli incrementi scatteranno solamente a partire dal 1° gennaio 2027

28 Aprile 2026, 18:15

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Cosa c'è nel decreto lavoro appena approvato: dal "salario giusto" al no agli aumenti per i contratti già scaduti

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Il decreto lavoro approvato dal Consiglio dei ministri il 28 aprile 2026 nasceva per essere il manifesto politico dell’Esecutivo alla vigilia del Primo Maggio: un segnale identitario per dare ossigeno alle buste paga e sbloccare i rinnovi contrattuali in ritardo.

Al traguardo, però, il provvedimento si presenta come un compromesso: robusti incentivi all’occupazione, una stretta contro il “caporalato digitale” e un approccio assai prudente alla definizione di retribuzione adeguata.

La mediazione politica ha limato le norme più temute dalle imprese, a cominciare da quella che avrebbe reso automatici e retroattivi gli aumenti per i contratti già scaduti. Niente salario minimo legale a 9 euro lordi l’ora, come invocato da una parte dell’opposizione.

Il governo imbocca un’altra via, puntando sul rafforzamento della contrattazione collettiva e introducendo il concetto di “salario giusto”, ancorato ai trattamenti economici dei contratti firmati dalle organizzazioni sindacali e datoriali più rappresentative. Questo criterio diventa un riferimento vincolante: per accedere al ricco pacchetto di agevolazioni all’occupazione, le aziende dovranno collocarsi entro un perimetro contrattuale coerente con i contratti di riferimento.

Il capitolo incentivi mette in campo quasi un miliardo di euro e proroga fino a fine 2026 misure rilevanti. Per le donne svantaggiate è previsto un esonero contributivo del 100% fino a 650 euro mensili, che sale a 800 euro nel Mezzogiorno. Per le assunzioni di giovani, lo sgravio arriva fino a 500 euro (650 nelle aree ZES).

L’ancoraggio di queste risorse ai contratti “leader” punta a contrastare il dumping salariale senza introdurre divieti, valorizzando anche la riorganizzazione dell’Archivio nazionale dei contratti presso il CNEL per distinguere gli accordi autentici da quelli “pirata”. Resta però irrisolto un limite strutturale: manca una legge generale sulla rappresentanza sindacale che definisca con certezza quali contratti abbiano piena legittimazione, e la delega sul salario “equo e giusto” è scaduta ad aprile senza essere esercitata.

La correzione di rotta più rilevante riguarda i rinnovi-lumaca. Secondo l’Istat, a fine 2025 erano 5,5 milioni i dipendenti in attesa di rinnovo (2,7 milioni nel settore privato e 2,8 nel pubblico), con un tempo medio di attesa di 18,9 mesi: un’emergenza salariale.

Se nelle bozze circolate l’Esecutivo ipotizzava la decorrenza automatica degli aumenti dalla scadenza del vecchio contratto, per colpire la “vacanza contrattuale”, nel testo approvato questa stretta viene ammorbidita. Per i contratti che scadranno dopo l’entrata in vigore del decreto, qualora il rinnovo superi i 12 mesi, scatterà un adeguamento forfettario agganciato all’inflazione armonizzata (Ipca), entro il tetto del 50% annuo. Per la vasta platea dei contratti già scaduti, invece, la retroattività immediata è accantonata e l’effetto slitta al 1° gennaio 2027.

Una mediazione che evita lo strappo con le associazioni datoriali e sindacali, contrarie a un intervento statale troppo invasivo, ma che attenua l’impatto nell’immediato per i lavoratori in attesa da anni.

Un capitolo cruciale, in sintonia con le trasformazioni del mercato, riguarda il lavoro su piattaforma, che oggi in Italia coinvolge circa 690 mila persone. Il decreto interviene introducendo una presunzione di subordinazione quando emergano indici di controllo o di eterodirezione tramite gestione algoritmica. Alle piattaforme viene imposta maggiore trasparenza: i lavoratori dovranno conoscere i criteri algoritmici di calcolo dei compensi e di assegnazione delle consegne. Si aggiunge una stretta contro la cessione degli account, pratica che alimenta sfruttamento e intermediazione illecita, dando corpo al fenomeno del “caporalato digitale”.