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3 maggio 2026 - Aggiornato alle 4 maggio 2026 06:00
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Mentre Hormuz resta chiuso il mercato del petrolio continua a crescere: ecco chi sta guadagnando con i barili

Nel pieno della crisi energetica innescata dalla guerra con l’Iran c'è chi alza l’offerta

03 Maggio 2026, 16:47

16:50

Mentre Hormuz resta chiuso il mercato del petrolio continua a crescere: ecco chi sta guadagnando con i barili

I barili di petrolio

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Il paradosso è tutto qui: mentre uno dei passaggi marittimi più decisivi del pianeta resta di fatto bloccato, i grandi esportatori annunciano un aumento della produzione. Sulla carta, 188 mila barili al giorno in più da giugno. Nella realtà, almeno per ora, molto meno. Perché finché lo Stretto di Hormuz rimane strozzato dalla guerra con l’Iran, i barili possono anche essere autorizzati, ma non è affatto detto che riescano a raggiungere il mercato. Eppure la decisione dei sette Paesi di punta di OPEC+ non è irrilevante. Anzi: proprio perché simbolica, dice molto. Dice che Arabia Saudita, Russia, Iraq, Kuwait, Kazakhstan, Algeria e Oman vogliono mostrare al mercato di avere ancora una regia, una capacità di risposta, una linea politica condivisa. E dice anche un’altra cosa: che il dossier energetico del Golfo non può più essere letto senza considerare il nuovo, ingombrante fattore dell’assenza degli Emirati Arabi Uniti.

Secondo il comunicato ufficiale pubblicato da OPEC i sette Paesi che avevano già varato tagli volontari addizionali nel 2023 hanno deciso di introdurre un “production adjustment” di 188 mila barili al giorno a partire da giugno 2026. Il gruppo ha inoltre ribadito un approccio prudente e flessibile: potrà aumentare, fermare o perfino invertire il graduale riassorbimento dei tagli se le condizioni di mercato lo richiederanno. In altre parole, non si tratta di un allentamento pieno e lineare, ma di una mossa calibrata, reversibile, quasi sperimentale. Un gesto politico prima ancora che operativo.

Un aumento modesto in mezzo alla più grave strozzatura energetica

Per capire la portata della decisione bisogna partire dai numeri veri della crisi. Lo Stretto di Hormuz non è un collo di bottiglia qualsiasi: secondo la International Energy Agency, nel 2025 vi sono transitati in media quasi 20 milioni di barili al giorno tra greggio e prodotti petroliferi, pari a circa il 25% del commercio mondiale marittimo di petrolio. Non solo: lo stretto è cruciale anche per il gas naturale liquefatto, perché da lì passa una quota vicina al 20% del commercio globale di LNG, soprattutto dal Qatar e dagli stessi Emirati Arabi Uniti. In queste condizioni, qualunque annuncio di incremento produttivo risulta inevitabilmente ridimensionato dal fatto che la via d’uscita fisica del Golfo resta compromessa.

Ecco cosa è avvenuto in America

Gli Stati Uniti si sono attestati come primo esportatore mondiale di petrolio, con 250 milioni di barili inviati all’estero <strong=n>nelle ultime nove settimane, diventando un’ancora di salvezza dopo la chiusura dello Stretto di Hormuz. A calcolarlo è Bloomberg, secondo cui Washington ha superato l’Arabia Saudita. L’impennata delle vendite all’estero sta però comprimendo le scorte interne, che si stanno assottigliando rapidamente. Le riserve complessive di greggio e carburanti sono in calo da quattro settimane consecutive, scivolando al di sotto delle medie storiche, e gli analisti del comparto si interrogano su quanto a lungo sarà possibile sostenere questo ritmo. Il boom dell’export mette in evidenza come il margine di sicurezza delle scorte a stelle e strisce si stia avvicinando ai limiti, mentre i produttori faticano a tenere il passo.</strong=n>