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cibo

Asporto o pranzo al tavolo: il buono pasto non basta più neanche per un panino. Cosa cambia con la nuova legge fiscale

Tra ticket che non coprono il conto e prezzi che cambiano da città a città, la scelta di come mangiare a metà giornata è diventata una piccola equazione quotidiana

08 Maggio 2026, 14:58

15:00

pausa pranzo

Alle 13 il rito è sempre lo stesso: c’è chi si siede, ordina un primo e si concede anche il caffè; chi resta in piedi al banco, prende un panino e torna alla scrivania; chi cerca nell’asporto l’ultima difesa possibile contro uno scontrino che da mesi continua a salire. Ma la vera sorpresa, oggi, è un’altra: in molti casi il buono pasto medio da 7 euro non basta neppure per l’opzione più rapida. E quando si sceglie il tavolo, il divario diventa strutturale, non episodico. È il quadro che emerge da una ricerca di Ipsos Doxa per Pluxee Italia (analizzata da Repubblica) e che fotografa con precisione un nodo concreto del potere d’acquisto: la pausa pranzo è sempre meno una routine neutra e sempre più una voce di spesa da governare.

Lo studio, condotto su 677 esercenti tra bar e ristoranti in comuni con almeno 35mila abitanti, parte da un dato secco: in Italia un pranzo completo costa in media 15,10 euro, mentre il ticket medio resta fermo a 7 euro. Tradotto: lo scoperto medio è di 8,10 euro a pasto. Se poi si guarda alle punte territoriali, il conto sale ancora: in alcune aree il costo può arrivare fino a 22,30 euro

Il tavolo costa di più, ma non sempre “molto di più” come si immagina

Il punto decisivo, dentro questa fotografia, è distinguere tra ciò che si paga al tavolo e ciò che si paga da asporto. Perché l’intuizione comune è corretta solo a metà: sì, l’asporto fa risparmiare, ma non abbastanza da rendere irrilevante il problema del ticket. Un panino con bevanda e caffè consumato al bar costa mediamente 9,80 euro. Un primo con bevanda e caffè arriva a 13,60 euro; un secondo a 15,90 euro; un menu completo tocca 21,10 euro.

Sul versante dell’asporto, i prezzi scendono ma restano tutt’altro che simbolici: 7,90 euro per un panino, 11 euro per un primo, 12,70 euro per un secondo. La differenza è evidente, ma va letta bene. Tra il panino al tavolo e quello da asporto il risparmio è di 1,90 euro, pari a circa il 19,4%. Se invece si confronta il menu completo al tavolo da 21,10 euro con un secondo da asporto da 12,70 euro, il divario è di 8,40 euro, cioè quasi il 39,8%. Sono percentuali importanti, ma dicono anche un’altra cosa: l’asporto riduce il costo, non lo sterilizza.

Quando il buono pasto basta e quando invece no

Se il riferimento resta il ticket medio da 7 euro, la situazione è piuttosto netta. Non copre il pranzo medio da 15,10 euro; non copre il panino al tavolo da 9,80 euro; non copre neppure il panino da asporto da 7,90 euro, lasciando comunque circa 0,90 euro di differenza. In pratica, con il valore medio attuale, la pausa pranzo gratuita è diventata rara. Anche scegliendo l’opzione più sobria tra quelle censite, una parte del conto resta spesso a carico del lavoratore.

Le cose cambiano, ma solo in parte, con la nuova soglia fiscale introdotta dalla Legge di Bilancio 2026. La norma, entrata in vigore dal 1° gennaio 2026, ha alzato da 8 a 10 euro il limite di esenzione per i buoni pasto elettronici, lasciando invece invariato il tetto dei cartacei a 4 euro. Questo non significa che tutti i lavoratori ricevano automaticamente ticket da 10 euro: significa che aziende e datori di lavoro hanno ora uno spazio fiscale più ampio per aumentare il valore senza aggravio fiscale entro quella soglia. Ed è qui che la distanza tra norma e realtà diventa interessante: secondo Pluxee Italia, il valore medio dei buoni resta ancora sotto gli 8 euro della vecchia soglia, dunque ben lontano dal nuovo massimo fiscalmente agevolato.

Se però si immagina un ticket elettronico da 10 euro, il quadro migliora solo per alcune formule. Coprirebbe integralmente il panino da asporto da 7,90 euro e sarebbe quasi sufficiente per un primo da asporto da 11 euro, con uno scoperto di 1 euro. Ma resterebbe comunque lontano dal pranzo medio da 15,10 euro, dove mancherebbero 5,10 euro, e ancora di più dal menu completo al tavolo da 21,10 euro, con una differenza di 11,10 euro. Insomma: la nuova soglia fiscale è una leva potenziale per le imprese, non una soluzione automatica per il lavoratore.

La geografia dei prezzi: il Nord Est guida, ma il conto è alto quasi ovunque

La media nazionale, da sola, rischia di nascondere il dato più scomodo: la pausa pranzo non costa la stessa cifra in tutto il Paese. Secondo la rilevazione, per un menu completo con bevanda e caffè si può arrivare fino a 22,30 euro nel Nord Est, a 21,40 euro nel Centro, a 21,20 euro nel Nord Ovest e a 19,90 euro nel Sud e Isole. La forbice territoriale esiste, ma non è tale da rendere davvero “economica” nessuna macro-area quando si sceglie il pasto completo fuori casa. In altre parole, il problema non riguarda solo le città più care: cambia l’intensità, non la sostanza.

Questo conta molto anche per un altro motivo. Nelle aree dove il pranzo al tavolo sfiora o supera i 20 euro, la scelta dell’asporto non è solo una preferenza di stile, ma diventa una strategia di contenimento della spesa. E tuttavia anche lì il vantaggio ha un limite: se un secondo da asporto arriva fino a 12,70 euro e, come segnala Pluxee Italia, in alcune aree l’asporto può toccare 13,20 euro per questa formula, il margine rispetto al ticket resta ristretto. L’idea che “basti evitare il tavolo” per riportare il pranzo entro i confini del buono pasto, dunque, regge solo in parte.

Il conto nascosto: non solo prezzo, ma frequenza

La vera pressione economica non sta soltanto nello scontrino singolo, ma nella sua ripetizione. Un extra di 5, 8 o 11 euro può sembrare gestibile se osservato una volta sola; cambia volto quando diventa un’abitudine di cinque giorni a settimana. Anche senza spingersi a proiezioni annuali complesse, basta moltiplicare mentalmente il divario medio per capire perché la pausa pranzo sia entrata nel perimetro delle scelte difensive delle famiglie: asporto, pranzo portato da casa, rinuncia a bevanda e caffè, ricerca del menu fisso. È il segnale di un consumo che non scompare, ma si ricalibra.

In questo senso, i dati di FIPE-Confcommercio aiutano a leggere il contesto. Nel 2025 i consumi fuori casa hanno registrato una contrazione delle visite del 3,6%, mentre la spesa in valore è cresciuta solo dello 0,8%: meno uscite, dunque, e una maggiore attenzione allo scontrino medio. La federazione osserva inoltre che, tra i canali di consumo, bar, asporto e distributori automatici sono risultati tra i più penalizzati, mentre pranzo e cena mostrano una tenuta migliore in termini di fatturato pur con presenze in calo. È una dinamica coerente con l’idea di un consumatore che non smette di mangiare fuori, ma seleziona di più, taglia il superfluo e valuta meglio dove vale la pena sedersi.