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il caso

La Del Monte ha detto stop e dopo il fallimento via al taglio di 420 mila alberi di pesche

Fabbriche chiuse, 770 licenziamenti e contratti stracciati per 550 milioni di dollari. Così il crac del gigante alimentare mette in ginocchio un'intera città

10 Maggio 2026, 19:30

La Del Monte ha detto stop e dopo il fallimento via al taglio di 420 mila alberi di pesche

Per generazioni, quel marchio è stato sinonimo di affidabilità nelle cucine italiane: “L’uomo del Monte ha detto sì”, recitava uno spot televisivo entrato nell’immaginario collettivo. Oggi, però, quell’uomo sarebbe costretto a pronunciare un amaro “no”. L’ottimismo rassicurante degli anni Ottanta si è infranto contro la realtà di un dissesto colossale: Del Monte Foods, storica società alimentare statunitense fondata nel 1886 e simbolo globale del cibo in scatola, è finita sotto la protezione del Chapter 11 il 1° luglio 2025.

Non una semplice riorganizzazione, ma un vero terremoto agricolo e industriale.

L’immagine più drammatica arriva dalle campagne californiane: circa 420.000 peschi della varietà “clingstone” – quella tradizionalmente destinata alla trasformazione conserviera – saranno estirpati su un’area di 3.000 acri.

Non si tratta di piante malate: sono alberi sani e produttivi, ma l’assenza dell’acquirente industriale di riferimento ha azzerato il mercato, trasformandone la manutenzione in un costo non sostenibile.

Come ha potuto crollare un colosso simile? La società è rimasta intrappolata in una miscela micidiale: indebitamento eccessivo, mutamento rapido delle preferenze dei consumatori verso alimenti freschi e salutari, inflazione, rincaro dei fattori produttivi e concorrenza aggressiva dei marchi privati della grande distribuzione.

Davanti al tribunale fallimentare del New Jersey, Del Monte Foods ha indicato attività e passività comprese tra 1 e 10 miliardi di dollari, coinvolgendo fino a 25.000 creditori.

Il conto più pesante lo pagano lavoratori e territori. La crisi ha portato alla chiusura definitiva degli storici impianti californiani di Modesto e Hughson.

Le comunicazioni ufficiali alle autorità parlano di oltre 770 esuberi a partire dal 7 aprile 2026; i dipendenti, rappresentati anche dall’International Brotherhood of Teamsters Local 948, sono stati indirizzati ai servizi di ricollocamento.

A Modesto, sito che trattava oltre il 30% delle pesche da industria della California, lo stop blocca un’intera filiera fatta di autotrasporto, logistica e manutenzione. Nelle campagne vanno in fumo investimenti accumulati in decenni.

La rescissione dei contratti pluriennali ha bruciato oltre 550 milioni di dollari. Una coalizione bipartisan di rappresentanti locali ha scritto alla segretaria all’Agricoltura Brooke Rollins il 13 marzo 2026, sollecitando un intervento d’urgenza.

L’USDA ha stanziato fino a 9 milioni di dollari per contribuire ai costi di espianto dei frutteti e favorire la riconversione colturale, misura che dovrebbe evitare perdite immediate per 30 milioni.

Un sostegno essenziale, ma insufficiente a ricostruire un ecosistema industriale crollato. L’epilogo aggiunge la beffa al danno.

Il 19 marzo 2026 Fresh Del Monte Produce ha rilevato alcune attività del gruppo in default per 285 milioni di dollari, celebrando il “ricongiungimento” del marchio sotto un unico proprietario globale.

Eppure, tra gli asset esclusi dall’operazione figura proprio il business della frutta in scatola negli Stati Uniti, lasciando di fatto i produttori californiani senza uno sbocco.

Il marchio “Del Monte” continuerà a vivere sugli scaffali, ma la infrastruttura agricola che ne ha forgiato il mito è ormai ridotta in cenere.