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l'analisi

L’Europa scopre il suo tallone d’Achille: non è una semplice crisi energetica, è la dipendenza dai combustibili fossili

Il nodo non è soltanto il prezzo dell’energia, ma la fragilità strategica di un continente ancora esposto agli shock geopolitici

13 Maggio 2026, 12:34

12:40

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In soli pochi mesi, dall’inizio della nuova crisi mediorientale e con la chiusura dello Stretto di Hormuz, l’Unione europea ha dovuto spendere 24 miliardi di euro in più per importare combustibili fossili. È il prezzo concreto della dipendenza. E forse è proprio per questo che le parole pronunciate a Cipro dal commissario europeo all’Energia Dan Jørgensen pesano più di una dichiarazione di circostanza: la situazione, ha detto in sostanza, è “molto seria”, e definirla genericamente una crisi energetica è persino riduttivo. L’Europa è nel mezzo di una crisi di energia fossile.

Se il problema fosse “l’energia” in astratto, la risposta potrebbe limitarsi a calmierare i prezzi o a cercare nuovi fornitori. Ma se il problema è l’eccessiva esposizione ai fossili importati — petrolio, gas e derivati — allora la questione diventa strutturale: sicurezza economica, politica industriale, politica estera e transizione climatica finiscono per coincidere.

Le parole di Jørgensen e il contesto di Nicosia

L’intervento di Jørgensen è arrivato all’arrivo del Consiglio informale Energia in corso a Nicosia, nel pieno della presidenza cipriota del Consiglio dell’Ue. Il commissario ha insistito su un punto: la pressione che arriva dal Medio Oriente conferma la necessità di accelerare l’uscita dai combustibili fossili, aumentare l’efficienza energetica e sostituire una quota crescente di petrolio e gas con energie rinnovabili. Non un’agenda ideologica, dunque, ma una risposta di sicurezza strategica.

Il vertice di Cipro non è casuale. L’isola è uno dei punti più esposti della geografia energetica europea: secondo Eurostat, nel 2024 il suo tasso di dipendenza dalle importazioni energetiche era dell’88%, uno dei più alti dell’intera Unione.

Perché il Medio Oriente mette sotto pressione l’Europa

A rendere il quadro più teso è soprattutto il ruolo dello Stretto di Hormuz, uno dei principali snodi energetici del pianeta. La crisi apertasi tra fine inverno e inizio primavera 2026 ha mostrato ancora una volta quanto le economie europee restino esposte agli shock che attraversano quell’area. Nella comunicazione AccelerateEU, presentata dalla Commissione europea, Bruxelles scrive nero su bianco che oltre il 57% dell’energia consumata in Europa dipende ancora da importazioni di combustibili fossili; e aggiunge che nel 2025 l’Unione ha importato circa 340 miliardi di euro di fossili. La crisi mediorientale ha aggravato il conto, ma non ha creato il problema: lo ha semplicemente reso impossibile da ignorare.

La Commissione sottolinea anche che, al momento, non esiste una minaccia immediata all’approvvigionamento fisico di energia; il vero effetto si manifesta soprattutto attraverso i prezzi. La fragilità energetica diventa fragilità economica e sociale.

Non tutta l’energia pesa allo stesso modo

L’Europa, infatti, ha già iniziato a ridurre la quota dei fossili nella produzione elettrica, ma continua a dipenderne in modo marcato per riscaldamento, trasporti, industria e intere filiere produttive, dalla plastica ai fertilizzanti. In sostanza, Bruxelles sostiene che il punto debole non è l’elettricità in sé, bensì la parte dell’economia che continua a poggiare su combustibili la cui disponibilità e il cui prezzo restano legati a tensioni geopolitiche esterne.

I numeri confermano che una trasformazione è in corso, ma anche che non basta ancora. Secondo Eurostat, nel 2024 il 48% dell’energia prodotta nell’Ue proveniva da fonti rinnovabili; nella produzione elettrica europea, sempre nel 2024, rinnovabili e fossili pesavano rispettivamente per 48% e 28%, mentre la quota delle rinnovabili nei consumi finali lordi è salita al 25%. La stessa Commissione europea indica per il 2024 una quota del 25,2% di rinnovabili nei consumi energetici complessivi dell’Unione. Sono progressi importanti, ma il bersaglio fissato per il 2030 resta molto più ambizioso: almeno 42,5%, con l’obiettivo di arrivare al 45%.