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Scontro nel Governo: Tajani evoca una manovra correttiva, Palazzo Chigi alza il muro
Il vicepremier lancia l'allarme sui rincari energetici causati dalla guerra in Iran. Immediata la smentita del Mef: "Nessun intervento sui conti". Ma la tensione sui mercati e l'inflazione al 2,7% spaventano l'esecutivo
Una sola frase pronunciata a Macerata ha incrinato l’equilibrio dell’esecutivo. Antonio Tajani ha infatti detto di “non escludere l’esigenza di una manovra correttiva” per fronteggiare le ricadute economiche della guerra in Iran.
Palazzo Chigi e il Ministero dell’Economia hanno reagito con una smentita immediata, precisando che “non è allo studio alcuna correzione dei conti né alcun intervento straordinario in agenda”.
La rapidità della replica, tuttavia, non ha archiviato la vicenda: al contrario, ha messo a nudo la fragilità del quadro economico e le difficoltà del governo nel mantenere una linea coerente di fronte alle crisi internazionali.
Intervenendo al congresso regionale marchigiano di Forza Italia, il vicepremier ha legato il tema dei conti pubblici a quello dell’energia, ipotizzando misure tampone – come interventi sulle accise qualora il conflitto si riflettesse sull’economia reale.
L’allarme di Tajani si fonda su segnali concreti: ad aprile l’inflazione è risalita al 2,7% su base annua, sospinta dai rincari energetici, mentre il Brent ha superato quota 100 dollari al barile per effetto delle tensioni nello Stretto di Hormuz, snodo vitale per il transito degli idrocarburi.
La sua mossa politica appare chiara: spostare il baricentro della discussione a Bruxelles, chiedendo che l’Unione Europea conceda per il caro-energia la stessa flessibilità di bilancio riconosciuta alla spesa per la difesa.
Nel frattempo, Palazzo Chigi e il Mef operano in uno spazio fiscale estremamente ristretto.
Pur in presenza di un disavanzo in riduzione, il debito pubblico è atteso al 137,1% del Pil nel 2025, collocando l’Italia come secondo Paese più indebitato dell’Unione dopo la Grecia.
L’obiettivo dell’esecutivo è scongiurare il passaggio semantico – e politico – dall’emergenza all’“aggiustamento” strutturale, parola che in Italia rimanda a tagli di spesa o aumenti di imposte.
La smentita secca del governo va dunque letta come una difesa della propria credibilità e un tentativo di evitare la certificazione di un’emergenza di finanza pubblica.
Eppure le pressioni sulle casse statali aumentano, con diversi dicasteri – inclusa la Difesa guidata da Guido Crosetto – a caccia di risorse, mentre il Mef fa da argine quasi in solitudine.