MARE
Pesce spada, l’Italia prova a cambiare rotta: parte la sfida della “trapline” su circa 500 barche
Meno catture accidentali, più selettività, più dati scientifici: dietro la sperimentazione autorizzata dal Masaf c’è un test che può incidere insieme su ambiente, controlli e redditività della pesca mediterranea
Nel Mediterraneo il paradosso è tutto qui: uno dei pesci più iconici e remunerativi della pesca italiana resta anche uno dei più delicati da gestire. Da una parte c’è il mercato, la tradizione, l’identità di intere marinerie. Dall’altra ci sono gli stock da ricostruire, il problema degli esemplari giovani, le catture accidentali di specie sensibili e una pressione regolatoria che negli ultimi anni si è fatta inevitabilmente più stretta. È dentro questa tensione che l’Italia ha aperto la sperimentazione della trapline per la pesca al pesce spada, con il coinvolgimento di una platea che ruota attorno a circa 500 imbarcazioni autorizzate alla pesca della specie nel 2026.
Il passaggio formale decisivo è arrivato con il decreto della Direzione generale della pesca marittima e dell’acquacoltura del 9 aprile 2026, con cui il ministero dell’agricoltura, della sovranità alimentare e delle foreste ha dato attuazione in Italia alla raccomandazione ICCAT 25-09 sull’uso sperimentale delle trapline. L’obiettivo dichiarato non è liberalizzare un nuovo attrezzo, ma valutarne l’impatto sulla specie bersaglio — il pesce spada — e sulle catture accessorie, dentro un perimetro di raccolta dati, monitoraggio e controllo scientifico che resterà aperto fino al 31 dicembre 2028.
Il punto, per i lettori e per gli operatori, è capire cosa cambia davvero. Perché la trapline non è soltanto una novità tecnica: è il tentativo di verificare se si possa pescare meglio, e non semplicemente pescare meno. In un settore dove ogni innovazione viene giudicata non in laboratorio ma sul ponte di una barca, con i costi del carburante, i tempi di cala, la qualità del pescato e i margini dell’impresa a fare da arbitro finale.
Che cos’è la trapline e perché se ne parla adesso
Dal punto di vista tecnico, la ICCAT definisce la trapline come una struttura composta in generale da una serie di anelli concentrici di dimensione crescente, ai quali possono essere associati amo, esca artificiale o dispositivi luminosi; il sistema viene utilizzato da solo o più spesso come integrazione del palangaro di superficie, alternandosi agli ami in proporzioni diverse. È dunque un attrezzo ibrido, che non sostituisce semplicemente il palangaro tradizionale ma ne modifica il comportamento in pesca.
L’interesse internazionale attorno a questo strumento nasce da un dato molto concreto: le autorità scientifiche e gestionali hanno riconosciuto l’esistenza di incertezze rilevanti sia sull’estensione del suo impiego reale sia sui suoi effetti, positivi o negativi, sulle specie bersaglio e su quelle non bersaglio. Proprio per questo la raccomandazione 25-09 consente l’uso sperimentale delle trapline fino al 2028, imponendo però ai Paesi che le autorizzano di notificare le navi abilitate, definire protocolli omogenei di raccolta dati e trasmettere i risultati allo SCRS, il comitato scientifico dell’ICCAT.
L’Italia si inserisce quindi in un percorso mediterraneo e internazionale che punta a misurare, prima di decidere. Una prudenza necessaria, perché nella pesca del pesce spada le scorciatoie normative si pagano spesso due volte: la prima sugli ecosistemi, la seconda sui bilanci delle imprese quando arrivano chiusure, sequestri, limiti più severi o perdita di reputazione della filiera.
Perché il nodo vero è la selettività
Se la sperimentazione ha un senso politico ed economico, sta nella parola selettività. Il pesce spada del Mediterraneo viene da anni di forte pressione. WWF Italia ricorda che, nonostante il piano di ricostruzione avviato dall’ICCAT nel 2016, la biomassa dello stock mediterraneo resta inferiore di circa 30% rispetto al livello compatibile con il rendimento massimo sostenibile, e che circa il 24% delle catture sarebbe ancora composto da esemplari giovani sotto la taglia minima di conservazione. È un dato che da solo spiega perché ogni attrezzo capace di intercettare pesci più grandi e ridurre le prese indesiderate venga osservato con grande attenzione.
Il quadro normativo europeo e internazionale, del resto, è diventato chiaro proprio per proteggere i giovani esemplari. Per il pesce spada del Mediterraneo la taglia minima di conservazione è fissata a 100 centimetri di lunghezza dalla mandibola inferiore alla forcella caudale, oppure 11,4 chilogrammi di peso vivo equivalente. Gli esemplari sotto misura non possono essere trattenuti, sbarcati o commercializzati, salvo limitate tolleranze previste in specifici regimi. In teoria la regola è semplice; in pratica l’efficacia dipende moltissimo dall’attrezzo impiegato e dalla qualità dei controlli lungo la filiera.
Qui la trapline promette, almeno sulla carta e nelle prime evidenze, un vantaggio importante: spostare la cattura verso individui di taglia più elevata e ridurre l’interazione con fauna non bersaglio. Uno studio scientifico presentato nelle Collective Volume of Scientific Papers dell’ICCAT, basato su 303 operazioni di pesca nel Mediterraneo occidentale, ha rilevato che i set con trapline tendevano a catturare pesci spada mediamente più grandi — 132 cm contro 112 cm nei set tradizionali — e mostravano una riduzione del 32,22% nelle catture di specie minacciate, protette o sensibili rispetto al sistema convenzionale osservato. Non è, dunque, una bacchetta magica; ma è un segnale abbastanza robusto da giustificare prove estese e controllate.
Cosa prevede il decreto italiano
Il decreto italiano del 9 aprile 2026 non apre a un uso indiscriminato della trapline. Al contrario, restringe l’accesso alla sperimentazione alle sole unità che siano già autorizzate alla pesca del pesce spada e regolarmente registrate nei sistemi ICCAT. Gli armatori, inoltre, devono rispettare pienamente i protocolli scientifici, compresa la possibilità di imbarcare osservatori e di fornire informazioni dettagliate su sforzo di pesca, configurazione dell’attrezzo, catture per specie, taglie e interazioni con fauna protetta.
Non è un dettaglio burocratico. Significa che la sperimentazione viene trattata come un’infrastruttura di conoscenza, non come una deroga commerciale mascherata. Ogni cala dovrà essere tracciata: posizione, numero di ami, numero di trapline, profondità, durata, rese, composizione del pescato. Nel Mediterraneo il numero complessivo di ami e trapline non potrà superare 2.500 unità per singola cala, proprio per rendere comparabili i risultati e contenere il rischio di espansione incontrollata dello sforzo di pesca.
Sul fronte della flotta, il Masaf ha pubblicato a fine marzo l’elenco delle imbarcazioni autorizzate alla pesca bersaglio del pesce spada nel Mediterraneo per l’annualità 2026, comprendendo unità con palangaro e, in via specifica per quell’anno, anche le tradizionali feluche abilitate all’uso esclusivo dell’arpione. È da questo perimetro autorizzato — che ruota attorno alle 500 unità — che può partire l’eventuale adesione alla fase sperimentale. Non tutte useranno la trapline, ma tutte rappresentano la base industriale e territoriale su cui la novità va a innestarsi.
Ambiente e reddito: perché la partita interessa più dei soli pescatori
Ridurre le catture accidentali di tartarughe marine, uccelli marini e altri organismi sensibili non è soltanto un obiettivo ecologico. Per la pesca professionale significa anche limitare perdite di tempo, danni agli attrezzi, procedure di gestione del bycatch, contenziosi e potenziali irrigidimenti regolatori futuri. Una pesca più selettiva tende infatti a migliorare l’efficienza economica dell’uscita in mare, a condizione che non abbatta in modo eccessivo i volumi della specie bersaglio. Ed è esattamente questo equilibrio che la sperimentazione dovrà misurare.
C’è poi un secondo livello, spesso trascurato nel dibattito pubblico: la credibilità della filiera. Il pesce spada è un prodotto di alto valore commerciale e identitario, soprattutto nel Mezzogiorno e nello Stretto di Messina, ma questa forza di mercato diventa fragile quando è associata al problema degli spadini sotto taglia o a episodi di pesca irregolare. WWF Italia segnala da tempo la diffusione della commercializzazione illegale di esemplari giovanili, mentre nel 2026 non sono mancati neppure sequestri per catture effettuate in periodo vietato. Tutto questo pesa sulla reputazione del comparto almeno quanto i numeri delle quote.
Non va dimenticato, infatti, che la pesca del pesce spada è già incardinata in una griglia di limiti stringenti: esiste il fermo biologico invernale, e nel 2026 il divieto di pesca e detenzione a bordo nel periodo 1 gennaio-31 marzo è stato richiamato anche da operazioni della Capitaneria di porto. A ciò si aggiungono quote, registri, obblighi di tracciabilità e monitoraggio sempre più capillari. La trapline arriva quindi in un comparto già saturo di regole, e potrà consolidarsi solo se dimostrerà di semplificare almeno in parte il conflitto tra sostenibilità e reddito.
Le cautele necessarie: innovazione sì, illusioni no
Conviene essere chiari: parlare di trapline non significa dire che il problema del pesce spada mediterraneo sia risolto. La letteratura disponibile suggerisce un potenziale positivo, ma evidenzia anche incertezze ancora aperte. Lo stesso studio scientifico citato dall’ICCAT osserva che i set con trapline possono mostrare rese diverse rispetto ai sistemi tradizionali e che resta da capire meglio quale configurazione dell’attrezzo sia più efficiente, se collegata direttamente alla lenza madre o integrata nei braccioli. Sono dettagli tecnici solo in apparenza: da essi dipendono il comportamento del pesce, la tenuta dell’attrezzo e la convenienza economica per l’armatore.
Per questo il decreto italiano insiste sulla raccolta dati e sulla presenza eventuale di osservatori. La discussione vera non è ideologica, ma empirica: quanti pesci spada vengono catturati, di quale taglia, con quali costi, e con quale riduzione effettiva delle interazioni indesiderate? Se la risposta sarà convincente, la trapline potrà entrare con più forza nel dibattito mediterraneo sugli attrezzi autorizzati. Se i risultati saranno deludenti o contraddittori, resterà un esperimento interessante ma circoscritto.
Una prova generale per la pesca del futuro
La notizia, in fondo, va letta così: non come il via libera a una scorciatoia, ma come un test di maturità per la pesca italiana. Il Masaf, recependo la raccomandazione ICCAT, ha scelto di non fermarsi alla logica del divieto o dell’obbligo, ma di aprire uno spazio verificabile di innovazione. È un approccio che riconosce un fatto spesso rimosso: la sostenibilità non si ottiene solo con i calendari di chiusura o con i sequestri, ma anche costruendo attrezzi, pratiche e dati migliori.
Se la sperimentazione funzionerà, il beneficio non sarà soltanto ambientale. Potrà significare un pescato mediamente più valorizzabile, minore pressione sugli esemplari giovani, meno conflitti con la normativa, maggiore trasparenza verso il mercato e un argomento in più per difendere il lavoro delle marinerie che rispettano le regole. Se invece i risultati non confermeranno le attese, almeno il settore avrà evitato di trasformare un’intuizione tecnica in una falsa promessa. Nel Mediterraneo, dove il pesce spada è insieme risorsa economica e cartina di tornasole della qualità della gestione, anche questo sarebbe già un passo avanti.