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lo scenario

Unione Europea: il sogno di Ventotene da completare

L'urgenza di un'Europa federale per recuperare peso geopolitico, autonomia tecnologica e sicurezza globale

21 Maggio 2026, 16:27

16:30

Unione Europea: il sogno di Ventotene da completare

Olindo Terrana*

Mentre in Europa inizia la tragedia della seconda guerra mondiale, tre confinati politici dal regime fascista (Altiero Spinelli, Ernesto Rossi ed Eugenio Colorni), isolati dal mondo, scrivono nel 1941 il “Manifesto di Ventotene”: il grande sogno dell’Europa federata, unita e libera - luogo di pace, democrazia e giustizia sociale.

Dieci anni dopo, con la costituzione della “Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio (CECA)”, quel sogno inizia a divenire realtà, che si consolida nel 1957, con la realizzazione della “Comunità Economica Europea (CEE)” e nel 1991, con la creazione della “Unione Europea (EU)”, finalizzata a creare l’unione economica e monetaria, con l’introduzione dell’euro, e l’unione politica, già sancita nella “Dichiarazione Solenne sull’Unione Europea di Stoccarda” del 1983.

Nel 2004, nel Campidoglio di Roma, i venticinque capi di stato e di governo, assieme ai ministri degli esteri, sottoscrivono il progetto di “Costituzione per l’Unione Europea”, l’importante atto di unificazione politica, composto da 448 articoli e 36 protocolli, che avrebbe dovuto sostituire tutti i trattati esistenti, segnando il momento più alto dell’intero processo di unificazione politica europea.

Purtroppo tale Costituzione non entrò mai in vigore, in quanto i francesi e gli olandesi ne bocciarono la ratifica e, successivamente, gli inglesi, i polacchi e i danesi, sospesero i loro referendum, rendendo così impossibile la ratifica della Costituzione UE.

In ragione di ciò l’Unione Europea, pur esercitando i poteri tipici di uno Stato federale, non lo è ancora, e rimane un’organizzazione internazionale a carattere sovranazionale dotata di personalità giuridica propria.

Tale condizione se, per un verso, ha determinato la realizzazione di un unico e straordinario percorso, garante di pace e sviluppo economico e sociale agli Stati membri, per altro verso, ha causato gli attuali limiti dell’UE nello scenario internazionale. Uno scenario che è sempre più caratterizzato da crescente conflitti armati e trasformazioni rapide in cui conquiste, che come europei ritenevamo definitivamente acquisite, adesso vengono messe in discussione, assieme alla consapevolezza che nello scacchiere internazionale gli europei sono rimasti soli, o meglio, non possono più contare sugli accordi internazionali definiti nel secolo scorso.

Dall’Iran all’Ucraina, dalla Palestina alla Siria, dallo Yemen all’Etiopia, dal Congo al Sudan, si contano nel mondo più di cinquanta guerre in corso. Mai come adesso, dalla fine della seconda guerra mondiale, decine di Paesi e milioni di persone, sono coinvolti in conflitti armati per la ridefinizione del nuovo assetto mondiale. Nel quale la Cina svolge un’egemonia senza precedenti nella storia dell’umanità, mentre gli Stati Uniti d’America perdono, sempre più, il ruolo di principale superpotenza. Tutto ciò in un contesto internazionale caratterizzato da una crescita economica modesta e una ridefinizione dell’ordine globale post-Guerra Fredda, in cui l’Europa vede diminuire il suo peso a favore dell’Asia e degli Stati Uniti d’America, che sono ritornati alle politiche di riarmo aggressivo, per l’esclusivo controllo delle fonti energetiche.

In tale situazione mondiale l’Unione Europea è, pertanto, chiamata a svolgere un ruolo nuovo e diverso per mantenere la propria influenza, a fronte degli Stati Uniti d’America, che hanno chiaramente fatto intendere che i rapporti con gli alleati europei sono cambiati, così come diverso, ma forse si dovrebbe dire più aggressivo, è l’atteggiamento degli USA verso gli altri Paesi del mondo detentori di notevoli risorse primarie come Venezuela, Groenlandia e Iran, in un quadro generale in cui è decisamente molto forte l’intesa, senza precedenti, fra Russia e Cina.

Nella sostanza, questo inizio di secondo quarto di secolo, si presenta con decisivi cambiamenti e vari interrogativi per il futuro dei più di 8,3 miliardi di popolazione mondiale, che vive in una situazione dominata da una profonda riconfigurazione degli equilibri globali, ma anche dalla minaccia crescente dello scontro geoeconomico tra grandi potenze (dazi e sanzioni), nonché da una crescita globale oltre che decisamente modesta, anche molto diseguale, con sfide sui cambiamenti climatici e sulle nuove tecnologie prodotte dall’Intelligenza artificiale, campo di forte competizione tecnologica e militare per la sovranità degli Stati.

In tale contesto, dove Donald Trump, punta apertamente “alla frammentazione dell’Ue” e la Cina al controllo dei nodi critici nelle catene di approvvigionamento, l’Unione Europea non può più sottrarsi dal completare il grande sogno europeo e transitare verso lo Stato federale. Infatti, quando l’UE ha operato in forma federata (commercio, concorrenza, mercato unico, politica monetaria) è stata rispettata e temuta come potenza globale, viceversa, quando non si è federata (difesa, politica industriale, affari esteri), ha avuto e continua ad avere un ruolo marginale.

Per tali ragioni è arrivato il tempo di percorrere, senza indugi, la strada del federalismo, costruendo passo dopo passo obiettivi concreti, da perseguire attraverso convergenze di soggetti e/o coalizioni su settori e progetti specifici, come a suo tempo venne fatto per l’euro.

Solo in questo modo si potranno dare risposte adeguate e autorevoli alla dipendenza dell’UE dalla domanda esterna, alle questioni strategiche, al notevole ritardo tecnologico che l’UE sta accumulando rispetto agli Usa e la Cina nelle tecnologie decisive del prossimo decennio.

Definire nel più breve dei tempi il processo federativo dell’UE, adottando come metodo il “Federalismo pragmatico” di Draghi, è, ormai, inevitabile se si vogliono davvero invertire i trend negativi dell’UE quali la scarsa crescita economica, il calo di competitività globale, la dipendenza geostrategica ed energetica, l’invecchiamento demografico, le tensioni nella gestione dei flussi migratori, e riconquistare così, oltre che nell’economia, anche nella politica, il ruolo di potenza a tutto campo nel nuovo riassetto dello scacchiere mondiale.

*Architetto, PhD Pianificazione Urbana e Territoriale, già professore di Politiche Territoriali c/o UNIPA, Project manager di programmi interterritoriali e transnazionali europei e transcontinentali.