Aggiungi La Sicilia come fonte preferita English Version Translated by Ai
22 maggio 2026 - Aggiornato alle 16:14
Aggiungi La Sicilia come fonte preferita su Google
×

economia

Italia: ultima per stime di crescita, prima per rapporto debito/Pil. I numeri di Bruxelles e la grande incognita del 2027

La Commissione europea sottolinea che nel 2026 i consumi rallenteranno per la perdita di potere d’acquisto legata al ritorno dell’inflazione energetica, mentre le esportazioni continueranno a soffrire

22 Maggio 2026, 12:25

12:30

Giorgia Meloni

Giorgia Meloni

C’è un dato che, più di altri, fotografa il momento italiano: mentre l’Unione europea prova a contenere un nuovo shock energetico e a difendersi da un contesto globale più ostile, l’Italia si ritrova con una crescita prevista di appena 0,5% nel 2026 e 0,6% nel 2027, accompagnata da un debito pubblico destinato a salire fino al 139,2% del Pil. È una combinazione che pesa come un macigno, perché mette insieme il peggio di due mondi: un’espansione troppo debole per creare slancio e un fardello finanziario troppo pesante per concedere margini di manovra.

Le previsioni di primavera diffuse ieri dalla Commissione europea segnano infatti una brusca revisione del quadro macroeconomico. Per l’insieme della Ue, il Pil è ora atteso crescere dell’1,1% nel 2026 e dell’1,4% nel 2027; nell’Eurozona dello 0,9% e dell’1,2%. Rispetto alle stime d’autunno del 2025, Bruxelles ha tagliato la crescita e alzato le previsioni d’inflazione, indicando come fattori decisivi il nuovo shock energetico innescato dal conflitto in Medio Oriente, il rallentamento del commercio mondiale e un clima di fiducia più fragile per famiglie e imprese.

In questo contesto, l’Italia non è semplicemente uno dei Paesi che rallentano: è quello che rallenta di più tra i grandi partner europei e che, guardando al 2027, si colloca in fondo alla classifica Ue per crescita. Nella tabella comparativa della Commissione, il nostro Paese è fermo a 0,6%, sotto Germania, Francia, Spagna e perfino sotto economie che oggi affrontano tensioni fiscali non banali. Nello stesso anno, il rapporto debito/Pil italiano sarebbe il più alto dell’Unione, superiore anche a quello della Grecia, che secondo Bruxelles dovrebbe scendere al 134,4%.

Il quasi dimezzamento della crescita attesa

Il punto politicamente ed economicamente più sensibile è la revisione sulle aspettative di crescita. Nell’Autumn Forecast 2025, la Commissione europea indicava per l’Italia un aumento del Pil dello 0,8% nel 2026 e ancora dello 0,8% nel 2027. Oggi quelle cifre scendono rispettivamente a 0,5% e 0,6%. In termini assoluti, il taglio è di 0,3 punti percentuali per il 2026 e di 0,2 punti per il 2027; in termini relativi, la previsione sul 2026 viene ridotta di oltre un terzo, un ridimensionamento che spiega bene perché a Bruxelles e sui mercati si guardi con crescente prudenza al sentiero italiano.

La sforbiciata non nasce da un singolo fattore. La Commissione sottolinea che nel 2026 i consumi rallenteranno per la perdita di potere d’acquisto legata al ritorno dell’inflazione energetica, mentre le esportazioni continueranno a soffrire sia per l’indebolimento di alcuni mercati di sbocco sia per le tensioni commerciali internazionali, incluse quelle legate ai dazi statunitensi. Gli investimenti reggeranno ancora grazie al traino del Piano nazionale di ripresa e resilienza e dei fondi RRF, ma con un’intensità inferiore rispetto a quella necessaria per compensare la debolezza del resto dell’economia.

Qui si vede il nodo italiano: il Paese continua a crescere soprattutto quando la spesa per investimenti pubblici e incentivati funziona da sostegno esterno. Ma quando il motore dovrebbe passare a consumi privati, produttività ed export, la velocità cala. È una fragilità strutturale più che congiunturale. Anche l’Ocse, nel suo Economic Survey Italy 2026, descrive una crescita “modesta” e avverte che saranno necessari sforzi significativi per mettere il debito su una traiettoria più sostenibile, in un quadro appesantito da pensioni, spesa per interessi e nuove pressioni di bilancio.

Non è solo un problema italiano: l’Europa intera sta peggiorando

Ridurre tutto a un “caso Italia” sarebbe però sbagliato. Le previsioni di primavera della Commissione raccontano un peggioramento generalizzato del quadro europeo. L’energia torna a essere il convitato di pietra: Bruxelles stima che l’inflazione energetica nell’Ue supererà l’11% nel secondo trimestre del 2026 e resterà sopra il 10% per il resto dell’anno, prima di attenuarsi nel 2027. È un cambio di scenario netto rispetto all’autunno scorso, quando ci si attendeva una normalizzazione più ordinata.

Il problema è che questo shock arriva mentre l’industria europea è già esposta a tre vulnerabilità: domanda esterna più fiacca, costo del capitale ancora elevato e concorrenza internazionale più aggressiva. Le esportazioni dell’Ue sono ora previste in aumento di appena 0,9% nel 2026, con un contributo negativo del commercio alla crescita. Per un Paese manifatturiero ed esportatore come l’Italia, questo peggioramento esterno pesa più che altrove. Non a caso la Commissione avverte che nel 2026 le esportazioni nette italiane sottrarranno ancora crescita al Pil.

C’è poi il versante dell’inflazione. Per l’Italia, Bruxelles prevede un indice armonizzato dei prezzi al consumo al 3,2% nel 2026, in netto rialzo rispetto all’1,7% del 2025, prima di un ritorno all’1,8% nel 2027. Significa che il sollievo degli ultimi mesi rischia di essere temporaneo: l’erosione dei redditi reali può tornare a mordere proprio quando i consumi dovrebbero sostenere la ripresa.

Il vero allarme è il debito: nel 2027 l’Italia torna in vetta

Se la crescita delude, è sul debito pubblico che il giudizio di Bruxelles diventa più severo. La Commissione europea stima per l’Italia un rapporto debito/Pil al 137,1% nel 2025, al 138,5% nel 2026 e al 139,2% nel 2027. È un profilo in salita che va in direzione opposta rispetto a quello auspicato dalle nuove regole fiscali europee e che, soprattutto, contrasta con il percorso di altri Paesi ad alto debito. La Grecia, per esempio, secondo le stime Ue dovrebbe scendere da 146,1% nel 2025 a 134,4% nel 2027.

Il confronto con l’autunno è impietoso anche qui. Nelle previsioni di novembre 2025, Bruxelles indicava per l’Italia un debito al 137,2% del Pil nel 2027. Oggi la previsione sale al 139,2%: 2 punti percentuali in più nel giro di sei mesi. Non è un dettaglio tecnico, ma il segnale che il mix tra crescita bassa, maggiori interessi e trascinamento di misure pregresse continua a peggiorare l’aritmetica dei conti pubblici.

La Commissione individua tre cause principali. Primo: il differenziale tra costo del debito e crescita nominale resta sfavorevole. Secondo: gli avanzi primari attesi non sono sufficienti a invertire la rotta. Terzo: continuano a pesare gli effetti dei crediti d’imposta per le ristrutturazioni edilizie, cioè la lunga coda dei bonus casa che negli anni scorsi hanno gonfiato il disavanzo e oggi continuano a produrre effetti sul debito.

Il quadro si vede anche in valore assoluto. Secondo la Banca d’Italia, il debito delle amministrazioni pubbliche a marzo 2026 ha raggiunto 3.158,8 miliardi di euro, nuovo massimo storico. È un dato che non coincide automaticamente con il rapporto debito/Pil di fine anno, ma rende plastica la dimensione del problema: il peso del debito non è un tema astratto da convegno, è una massa crescente di passività che richiede rifinanziamento continuo in una stagione di tassi e rischi geopolitici più insidiosa.

Il Governo vede un sentiero meno cupo, ma il divario con Bruxelles resta

La distanza tra lo scenario del Governo e quello della Commissione europea non è enorme sul Pil, ma è sufficiente per cambiare il tono della narrazione. Nei dati richiamati dalla Ragioneria generale dello Stato in occasione del Documento di finanza pubblica 2026, il Pil italiano è atteso crescere dello 0,6% nel 2026 e dello 0,6% nel 2027, con un debito al 138,6% nel 2026 e al 138,5% nel 2027. Bruxelles, quindi, è un po’ più pessimista sulla dinamica del debito e leggermente meno fiduciosa sul 2026.

Questo scarto conta per almeno due ragioni. La prima è finanziaria: le valutazioni della Commissione entrano nel quadro del Semestre europeo e influenzano la credibilità del percorso fiscale italiano. La seconda è politica: se l’esecutivo difende l’idea di una normalizzazione graduale dei conti, Bruxelles segnala che il margine è molto stretto e che la traiettoria resta vulnerabile a qualunque shock ulteriore, dall’energia ai tassi fino al rallentamento del commercio mondiale.

Perché il 2027 è l’anno che fa paura davvero

Il 2026 è l’anno del brusco rallentamento. Il 2027, però, è l’anno in cui si rischia di vedere tutta insieme la fragilità italiana. La Commissione prevede sì un modesto rimbalzo del Pil allo 0,6%, ma contemporaneamente mette in evidenza che il sostegno del Pnrr si affievolirà, gli investimenti in costruzioni e beni strumentali perderanno spinta e i maggiori effetti dell’inflazione si riverseranno sulla spesa corrente, in particolare sulle pensioni. In altre parole: meno aiuti straordinari, più inerzia della spesa.

 Non vuol dire che l’Italia entrerà automaticamente in recessione o in crisi finanziaria. Vuol dire qualcosa di più insidioso: che rischia di restare intrappolata in una zona grigia, con espansione troppo debole per abbattere il debito e debito troppo elevato per sostenere una politica economica più aggressiva. È una spirale di bassa crescita che da anni accompagna il Paese e che torna con forza nel momento in cui il contesto internazionale smette di essere benigno.

Cosa significa per famiglie, imprese e investitori

Per le famiglie, questo scenario si traduce in una prospettiva di redditi reali sotto pressione nel breve termine: la crescita resta debole, l’inflazione energetica rialza la testa e i margini per nuove misure espansive sono limitati. Per le imprese, soprattutto manifatturiere, il combinato tra domanda estera più fiacca, costi energetici più alti e incertezza geopolitica suggerisce cautela su investimenti e occupazione. Per gli investitori, infine, il messaggio è che il debito italiano resta gestibile, ma sempre più sensibile alla qualità della crescita e alla capacità del governo di mantenere la rotta fiscale.

Non va trascurato, comunque, un elemento di tenuta. Il mercato del lavoro, secondo Bruxelles, continua a mostrare una certa resilienza: il tasso di disoccupazione in Italia è atteso al 5,7% sia nel 2026 sia nel 2027. È un dato migliore rispetto al passato recente e contribuisce a evitare scenari più bui. Ma non basta a sciogliere il nodo centrale: occupazione più solida non equivale automaticamente a maggiore produttività, né garantisce quella crescita nominale necessaria a far scendere il peso del debito.