fisco
Caccia agli evasori: come l'IA sta cambiando l'Agenzia delle Entrate
Meno verifiche casuali, più precisione per scovare le grandi frodi. Nel 2024 recuperati oltre 26 miliardi di euro grazie a banche dati incrociate e analisi del rischio
Dietro l’ingresso dell’Intelligenza Artificiale nell’Agenzia delle Entrate non si cela alcun “Grande Fratello fiscale” pronto a colpire i contribuenti con un clic. Opera, piuttosto, un sistema sofisticato e discreto che elabora in silenzio milioni di dati — dalle fatture elettroniche ai rapporti finanziari — per individuare anomalie, lasciando sempre e soltanto a un funzionario in carne e ossa la decisione finale sull’emissione di un accertamento.
A dissipare il mito dell’algoritmo-giustiziere è stato Vincenzo Carbone, direttore dell’Agenzia, che nell’audizione parlamentare del 29 ottobre 2025 ha precisato con nettezza come non esista alcun meccanismo in grado di “schiacciare da solo un pulsante” per comminare sanzioni.
Una posizione che si allinea al decreto legislativo del 12 febbraio 2024, che disciplina l’“analisi del rischio”, e ai rigorosi vincoli fissati dal Garante per la Privacy. L’Autorità, infatti, ha ribadito più volte l’assoluta necessità dell’intervento umano, per evitare che processi di profilazione tributaria incidano sui diritti dei cittadini attraverso decisioni esclusivamente automatizzate.
La vera portata della trasformazione non riguarda dunque la fase decisoria, bensì la “selezione del rischio”.
L’IA opera dietro le quinte, consentendo all’Amministrazione finanziaria di abbandonare i vecchi controlli a campione in favore di verifiche altamente mirate.
Incrociando archivi eterogenei e riconoscendo schemi ricorrenti impercettibili all’analisi manuale, gli algoritmi intercettano frodi articolate, compensazioni irregolari e crediti inesistenti.
I risultati del 2024 attestano l’efficacia del modello: il recupero dell’evasione ha raggiunto 26,3 miliardi di euro (33,4 miliardi includendo i recuperi non erariali). Ancor più rilevante è l’effetto della prevenzione, che ha impedito sul nascere 5,8 miliardi di euro di spese indebite a carico dello Stato. Inoltre, grazie a segnalazioni tempestive di incongruenze minori per stimolare l’adempimento spontaneo (la cosiddetta compliance), l’Erario ha incassato 4,5 miliardi di euro senza ricorrere a misure repressive.
Pur essendo un apparato informativo potente, i suoi confini normativi sono netti.
Allo stato attuale, l’Agenzia delle Entrate non può accedere ai dati dell’autorità giudiziaria penale né effettuare “web scraping” delle vite digitali e dei social network dei contribuenti, smentendo qualsiasi ipotesi di sorveglianza totalizzante.
Qual è l’impatto concreto per imprese e famiglie? Da un lato, una selezione più accurata promette di alleggerire il carico sui contribuenti corretti, concentrando gli sforzi sui reali evasori; dall’altro, impone massima attenzione.
In un ecosistema fondato sull’incrocio massivo di informazioni, anche un errore formale o una svista anagrafica può attivare i radar dell’Amministrazione. Ed è qui che il funzionario umano cessa di essere un’entità astratta per diventare la garanzia decisiva: la valutazione personale è necessaria per evitare che una semplice anomalia statistica si traduca automaticamente in un’accusa fiscale.
Nel nuovo equilibrio fra potenza computazionale e tutele di legge, per i cittadini la parola d’ordine resta una sola: tracciabilità e garanzia di contraddittorio.