ECONOMIA
Panetta e il bivio dell’Italia: crescita fragile, shock esterni e il ritardo sull’IA che il Paese non può più permettersi
Dalla guerra dell’energia alla sfida della produttività, il messaggio del governatore della Banca d’Italia è netto
Fabio Panetta ha parlato stamattina. E la fotografia che il governatore della Banca d'Italia ha consegnato nelle sue Considerazioni finali sul 2025 è quella di un Paese che regge, ma senza margini: abbastanza solido da nson cadere, non abbastanza da sentirsi al sicuro.
Il messaggio centrale è brutale nella sua semplicità: nello scenario di base, l'economia italiana crescerà dello 0,5% nel 2026 e altrettanto nel 2027. Nello scenario avverso — guerra in Medio Oriente prolungata, energia cara, commercio mondiale in frenata — quei numeri si azzerano nel 2026 e diventano negativi nel 2027. Non un crollo improvviso, dunque, ma il rischio concreto di una lunga paralisi.
Tre fattori che si mordono la coda
Panetta individua tre leve che stanno comprimendo la crescita italiana, e che non agiscono in sequenza ma si alimentano a vicenda.
La prima è geopolitica. Il conflitto nel Golfo Persico e il blocco dello Stretto di Hormuz hanno colpito uno snodo da cui transita circa un quinto delle forniture mondiali di petrolio e gas liquefatto. Per l'Italia, ogni shock energetico pesa più che altrove: nel 2025 il costo medio dell'elettricità era di 313 euro per megawattora per le famiglie e di 263 euro per le imprese con consumi intermedi, in entrambi i casi sopra la media UE. Per un sistema produttivo che compete spesso su margini sottili, non è un dettaglio statistico.
La seconda è la domanda estera. Le proiezioni Istat indicano che nel biennio 2025-2026 la crescita italiana sarebbe sostenuta interamente dalla domanda interna, con il contributo estero netto negativo in entrambi gli anni. Un Paese storicamente orientato all'export che non può più contare sui mercati internazionali come rete di sicurezza è un Paese che deve trovare altrove le ragioni per crescere.
La terza — e questa è la più antica — è la produttività insufficiente. Gli shock esterni esistono, ma fanno così male all'Italia perché colpiscono un'economia già debole su questo fronte. Senza un salto di efficienza, ha lasciato intendere Panetta, non aumenta in modo duraturo né il reddito né la capacità di assorbire costi più alti e salari migliori.
Il PIL cresce, ma non abbastanza
I numeri Istat fotografano la trappola. Il PIL italiano è cresciuto dello 0,7% nel 2025, con una variazione acquisita per il 2026 già ferma allo 0,3% a inizio anno. Il tasso di disoccupazione è sceso al 5,6% nel quarto trimestre 2025 — un dato storicamente buono — ma se il lavoro cresce più del prodotto senza un corrispondente salto di efficienza, la produttività resta schiacciata. È una crescita che tiene in piedi le persone ma non fa avanzare il sistema.
L'intelligenza artificiale come risposta al declino demografico
È qui che il discorso di Panetta si fa più politico, nel senso migliore del termine. Il governatore non presenta l'IA come un tema da convegno, ma come una delle poche leve capaci di spostare davvero il potenziale di crescita italiano. Le sue stime sono nette: in uno scenario di adozione lenta, la produttività del lavoro potrebbe aumentare di 0,2 punti percentuali all'anno; in caso di diffusione rapida e pervasiva, di oltre un punto. Nello scenario più favorevole, questi guadagni potrebbero più che compensare l'effetto del calo della popolazione in età da lavoro.
Il problema è che l'Italia è in ritardo. La quota di aziende che usa l'IA è salita al 30%, ma solo il 5% ne fa un uso intensivo. Il confronto europeo è impietoso: nel 2025 il 20% delle imprese UE con almeno dieci addetti utilizzava tecnologie di IA; in Italia la quota era al 16%, contro il 26% della Germania. Bankitalia ricorda esplicitamente il rischio di ripetere l'errore degli anni Novanta, quando il ritardo nell'adozione delle tecnologie informatiche pesò sulla produttività per decenni.
Non è che manchino le basi: la diffusione del cloud tra le imprese italiane ha raggiunto il 75,6% nel 2025, un'infrastruttura che potrebbe accelerare l'adozione se accompagnata da competenze e investimenti organizzativi. Il collo di bottiglia è la struttura del capitalismo italiano: le imprese piccole faticano ad affrontare i costi iniziali, la carenza di competenze tecniche, la riorganizzazione dei processi. Le tecnologie più promettenti tendono a diffondersi dove esistono dimensione, capitale umano e accesso al finanziamento — una minoranza del sistema produttivo.
Energia e demografia: le altre due faglie
Sul fronte energetico i progressi ci sono, ma il passo è ancora corto. Tra il 2019 e il 2024 l'energia impiegata per unità di PIL è diminuita del 15%, in linea con la media europea; nel 2025 le fonti rinnovabili hanno coperto il 41% dei consumi elettrici, contro il 35% dell'anno prima. Non basta, però, se il costo dell'energia resta strutturalmente più alto rispetto ai concorrenti.
Sul fronte demografico il quadro è ancora più netto. Al 1° gennaio 2025 l'Italia aveva la quota più bassa di giovani nell'UE27, pari all'11,9%, e la più alta di anziani, al 24,7%, con un'età mediana di 49,1 anni. In questo contesto, l'idea di crescere semplicemente «mettendo più persone al lavoro» non funziona più. Serve che ogni lavoratore e ogni impresa producano di più. È esattamente il motivo per cui Panetta lega l'IA al potenziale di crescita strutturale del Paese: senza produttività, l'invecchiamento diventa un freno quasi inevitabile.
Il rischio più insidioso: abituarsi alla crescita bassa
C'è un passaggio nelle parole di Panetta che merita di essere letto con attenzione. La crescita debole, in Italia, rischia di diventare normale. E quando si normalizza, cambia il comportamento di tutti: le imprese rinviano gli investimenti più radicali, le famiglie accumulano prudenza, la politica si rifugia nelle misure-tampone. Evitare la recessione non è la stessa cosa che costruire sviluppo. Se l'Italia resta inchiodata tra lo 0,5% e lo zero, ogni shock esterno finirà per essere amplificato.
Non propone scorciatoie, Panetta. Dice che il Paese ha già alcuni ingredienti — risparmio privato, una buona base scientifica, infrastrutture di calcolo, capacità manifatturiera diffusa — ma non li sta combinando in una strategia abbastanza forte. E che l'errore più grave sarebbe perdere altro tempo, mentre il resto del mondo ridisegna le gerarchie industriali.
Il tempo per rinviare, insomma, è finito.