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IL RISIKO BANCARIO

Tutte le strade portano a Siena: e ora ci sono tre treni in corsa per Montepaschi

Banco Bpm ha proposto a Monte dei Paschi una fusione tra pari. Ma anche Intesa Sanpaolo e Bper ci provano. Ecco cosa sta succedendo

07 Giugno 2026, 22:25

22:30

Tutte le strade portano a Siena: e ora ci sono tre treni in corsa per Montepaschi

Tutte le strade portano a Siena. La profezia dell'amministratore delegato di Mps Luigi Lovaglio si è avverata nel giro di poche ore, trasformando il Monte dei Paschi — da Cenerentola del credito italiano a reginetta contesa — nel centro di gravità del più grande risiko bancario degli ultimi anni.

A rompere gli indugi è stato Banco Bpm: con un consiglio di amministrazione convocato a sorpresa e deliberato all'unanimità, la banca guidata da Giuseppe Castagna ha inviato a Mps una proposta formale per avviare un dialogo su una fusione «tra pari». L'operazione creerebbe il secondo polo bancario italiano, con una capitalizzazione di 50 miliardi di euro e sinergie stimate a regime superiori a 1,1 miliardi al lordo delle imposte. Nella proposta, Banco Bpm sottolinea come l'aggregazione si innesterebbe in modo «efficiente e complementare» nel processo di acquisizione di Mediobanca attualmente in corso, rafforzando anche la posizione nel capitale di Generali.

La mossa di Piazza Meda non è casuale nei tempi: dietro le quinte stavano già tessendo la tela Intesa Sanpaolo e Bper, con il gruppo bolognese — di cui Unipol è azionista di riferimento — pronto a rilevare le attività bancarie del Monte, mentre Intesa avrebbe tenuto Mediobanca e la quota del 13% nelle Generali. Il Financial Times ha già anticipato questo schema. E nelle stesse ore in cui Banco Bpm formalizzava la sua offerta, si riuniva il consiglio di amministrazione di Unipol: sul tavolo, a quanto risulta da fonti finanziarie, proprio l'offerta congiunta con Intesa per Mps. Una nota è attesa domani mattina, prima dell'apertura di Borsa.

Il boccone fa gola perché Mps non è più l'istituto da salvare di qualche anno fa. Risanato da Lovaglio e portato alla conquista di Mediobanca, il Monte è oggi uno dei gruppi più capitalizzati d'Europa, con un piano industriale che punta a 3,7 miliardi di utili al 2030 e 16 miliardi di dividendi. Soprattutto, per effetto dell'acquisizione di Piazzetta Cuccia, è diventato il primo azionista di Generali — il grande forziere del risparmio degli italiani e uno dei principali investitori nel debito pubblico del Paese.

Sullo sfondo resta Unicredit. Dopo la scalata fallita a Bpm, Andrea Orcel ha spostato la sua attenzione verso la Germania con l'ops su Commerzbank, ma i colloqui esplorativi sul portafoglio Delfin — che include quote in Mps e in Generali — tengono aperto un terzo fronte. Nelle Generali, intanto, Unicredit ha già salito al 9% dei diritti di voto.

Il governo osserva con attenzione ma senza scoprire le carte. In ambienti governativi si sottolinea che «niente è ancora chiuso» e si registra una sostanziale neutralità sull'operazione Bpm-Mps, considerata positivamente dopo il lavoro compiuto per riportare l'istituto senese a essere un «player bancario risanato e ambizioso», secondo le parole usate mesi fa da Giorgia Meloni. Il senatore di Forza Italia Pierantonio Zanettin, presidente della commissione parlamentare sulle banche, parla di «ottima opportunità per la creazione del terzo polo bancario nazionale». Più sfumato l'ex ministro del Tesoro Giulio Tremonti: «Il rischio è quello di perdere tutto, a vantaggio tanto di Franza che di Alemagna».

Domani il cda di Mps già convocato esaminerà la proposta di Banco Bpm. Se nel frattempo dovesse arrivare un'offerta formale da Intesa Sanpaolo, scatterebbe automaticamente la passivity rule: l'istituto senese non potrebbe adottare misure difensive senza prima passare dall'assemblea degli azionisti. Da quel momento in poi, la partita sarebbe ufficialmente aperta — e i tempi, nel risiko bancario, contano quanto le cifre.