IL CASO
Da 40mila euro al Nasdaq: Bending Spoons vale 20 miliardi. La storia italiana che Wall Street non si aspettava
Dietro la possibile quotazione non c’è solo una storia di successo imprenditoriale: c’è un modello industriale tutto italiano, ambizioso e controverso
Comincia tutto con un fallimento. Non con un garage mitologico, non con un'idea rivoluzionaria che illumina una notte di genio. Con un progetto archiviato, 40mila euro in cassa e quattro italiani che decidono di non mollare. Era il 2013, e quell'azienda si chiamava già Bending Spoons.
Oggi quella stessa società, con sede a Milano, ha depositato i documenti per la quotazione al Nasdaq. La valorizzazione che il mercato attribuisce al gruppo oscilla tra i 20 e i 25 miliardi di dollari. Se l'operazione andrà in porto, sarà uno degli sbarchi più rilevanti di una tech company italiana sui mercati americani.
Il progetto originario si chiamava Evertale: un'app-diario che raccoglieva dati dal telefono per raccontare automaticamente la vita dell'utente. L'idea anticipava temi oggi familiari - automazione, personalizzazione, intelligenza artificiale - ma non trovò un modello di business. Raccolse circa un milione di euro, non li trasformò in ricavi, chiuse. Luca Ferrari, Francesco Patarnello, Matteo Danieli e Luca Querella ripartirono da lì, da quei 40mila euro residui. Prima Copenaghen, poi Milano dal 2014.
Il modello: comprare, ristrutturare, rilasciare
Bending Spoons non ha mai puntato su un prodotto-bandiera sviluppato in casa. Ha costruito un portafoglio di software e piattaforme digitali acquisiti, ristrutturati e rilanciati. Il sito del gruppo parla di oltre un miliardo di utenti registrati, più di 400 milioni di utenti attivi mensili e circa 10 milioni di clienti paganti. I nomi nel portafoglio dicono tutto: Evernote, WeTransfer, Vimeo, AOL, Eventbrite. Più di cinquanta società o prodotti digitali, secondo le stesse comunicazioni aziendali.
La logica è quella di una piattaforma di trasformazione software, non di una software house tradizionale. Si comprano marchi già noti, con basi utenti consolidate e margini compressi; si interviene su tecnologia, pricing, infrastruttura e organizzazione; si integra tutto in un motore operativo centralizzato. "Acquire and improve iconic products" è la formula che campeggia sul sito. Poco poetica, molto precisa.
I numeri del filing depositato presso la SEC (autorità di vigilanza finanziaria americana) l'8 giugno scorso sono eloquenti. I ricavi per dipendente a tempo pieno sono passati da 1,12 milioni di dollari nel 2023 a 2,57 milioni nel 2025. La quota di codice scritto o co-scritto dall'intelligenza artificiale è salita da meno del 10% nel primo trimestre 2025 a oltre il 90% alla fine del primo trimestre 2026. Team piccoli, automazione spinta, piattaforma condivisa su decine di business diversi. Nel primo trimestre 2026 il gruppo ha fatturato circa 601 milioni di dollari con un utile netto di 27,5 milioni, contro una perdita di oltre 112 milioni nello stesso periodo dell'anno precedente.
Le acquisizioni che hanno cambiato scala
Il salto di notorietà arriva nel 2023 con Evernote: un marchio globale della produttività, in difficoltà competitiva ma ancora riconoscibile ovunque. Il cofondatore Francesco Patarnello ne diventa anche CEO. Nel 2024 tocca a WeTransfer, amata dai creativi di mezzo mondo per la semplicità dello scambio file. L'acquisizione viene annunciata il 31 luglio; poche settimane dopo arriva la conferma di un taglio del 75% del personale della società olandese. Nel 2025 il passo si allunga ancora: Vimeo viene acquisita per circa 1,38 miliardi di dollari cash, 7,85 dollari per azione, annuncio del 10 settembre. Anche qui, dopo la chiusura dell'operazione, pesanti ristrutturazioni.
È a questo punto che il modello Bending Spoons smette di essere una storia di startup e diventa un caso da manuale - nel bene e nel male - di consolidamento industriale nel software.
Perché Wall Street ci crede
Goldman Sachs, JPMorgan, Allen & Co, Bank of America, BNP Paribas e Jefferies sono già state selezionate come banche collocatrici. Reuters lo aveva anticipato il 23 aprile. Tre mesi dopo, il filing alla SEC ha trasformato l'ipotesi in un processo concreto, con una valorizzazione target attorno ai 20 miliardi. Nel round dell'ottobre 2025 il gruppo aveva già raccolto 710 milioni di dollari, di cui 270 destinati a ulteriori acquisizioni. Secondo Forbes, dopo quell'operazione la quota di Luca Ferrari valeva circa 1,4 miliardi, quelle degli altri tre cofondatori circa 1,3 miliardi ciascuna.
La scommessa degli investitori poggia su tre pilastri: la scalabilità di una piattaforma tecnologica che si applica a decine di prodotti diversi senza riscrivere tutto da zero; la capacità di monetizzare basi utenti già esistenti ma sottovalutate; la possibilità di continuare ad acquisire con crescente velocità, finanziata da capitale fresco e debito. È un modello che funziona finché il motore non si inceppa.
L'altra faccia
Bending Spoons è anche uno dei casi più discussi del software europeo. Ogni acquisizione rilevante è stata seguita da ristrutturazioni pesanti, licenziamenti, polemiche. Il nodo è lo stesso ogni volta: fino a che punto un prodotto regge la compressione dei costi senza perdere nel medio periodo identità e qualità? Per ora il mercato premia l'efficienza. Ma una società quotata al Nasdaq non risponde più a se stessa: risponde a chi compra il titolo ogni tre mesi, con dati, trasparenza e obiettivi verificabili.
La storia di Bending Spoons è già, nei numeri, un successo. Quattro fondatori italiani che partono da 40mila euro e arrivano a costruire una macchina da miliardi comprando marchi globali: non è una storia che capita spesso in Europa. La domanda è un'altra. Se questo gruppo diventerà il primo grande conglomerato software europeo di scuola italiana, o se la sua forza dipenda soprattutto dalla possibilità di continuare a comprare, rifinanziare e razionalizzare asset altrui. È una differenza sottile. Sarà Wall Street a darle un valore.