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L’intervista

Energia pulita ma bollette "sporche". Più rinnovabili o più fonti fossili? Il rebus “green” in Sicilia

Tanti nuovi impianti, ma i costi non scendono. L’esperto: «Nell'Isola l’energia resta più cara perché la rete non è adeguata»

17 Giugno 2026, 08:06

Energia pulita ma bollette "sporche". Più rinnovabili o più fonti fossili? Il rebus “green” in Sicilia

Interminabili distese di pannelli solari e imponenti pale eoliche sono ormai da anni parte essenziale del nostro panorama. Croce e delizia (più la prima) degli ambientalisti, in una terra di sole e vento le rinnovabili trovano spazio nei brulli paesaggi siculi con l’obiettivo della transizione ecologica e il progressivo abbandono delle energie fossili. Peccato che, però, conti alla mano, ai siciliani non torni nulla o quasi in termini di risparmio energetico, a meno che, chiaramente, non ricorrano a sistemi di produzione in proprio.

Partiamo dai dati pubblicati dal Sole 24 ore nei giorni scorsi: secondo il quotidiano economico, in Sicilia risultano circa 10,7 GW di potenza autorizzata, a fronte di un obiettivo al 2030 di circa 10,5 GW. Gli impianti già installati, però, sono circa 3 GW, cui si aggiungono - potenzialmente - 30 GW ancora in fase istruttoria. Iter lunghi per le autorizzazioni, ma anche imprese che, alla fine, non portano a termine l’investimento stanno dietro questo squilibrio. E poi c’è un altro dato, quello del costo per i cittadini: al 16 giugno, il valore medio del Prezzo Unico Nazionale (PUN) in Italia è di 132,62 euro/MWh contro i 143,56 euro/MWh della Sicilia: una divergenza al rialzo rispetto alla media nazionale a causa delle consuete congestioni della rete di trasmissione energetica.

Tanta energia pulita, insomma, ma bollette sempre pesantissime, con il rischio concreto che, a ben vedere, non passi il concetto che abbandonare carbone e petrolio non sia poi così indispensabile.

«Le rinnovabili non sono care: care sono le infrastrutture che non abbiamo costruito», ci spiega Ivano Midulla, ingegnere, imprenditore ed esperto del settore delle energie rinnovabili.

Molti però fanno un ragionamento semplice: abbiamo riempito l’Italia e la Sicilia di pannelli e la bolletta non scende…

«È il malinteso più diffuso, e va ribaltato. Le rinnovabili sono la fonte più economica che abbiamo: il loro costo marginale è vicino a zero, perché il sole e il vento non si pagano. Lo dimostrano i numeri: il primo maggio scorso, per circa sei ore, il prezzo all’ingrosso dell’elettricità è andato a zero euro su tutta Italia. A zero. Il problema non è quanto costa produrre energia pulita, ma come si forma il prezzo. Il nostro mercato funziona con il criterio marginale: tutte le centrali vengono ordinate per costo, e l’ultima necessaria a coprire la domanda fissa il prezzo per tutte le altre. In Italia quell’ultima centrale è quasi sempre a gas, in circa nove ore su dieci. Così il gas detta il prezzo anche quando il grosso dell’energia arriva da fonti che costano quasi nulla. Aggiunga che il 40% circa della bolletta sono costi fissi, oneri e imposte, che con il prezzo dell’energia non c’entrano. Ecco perché il prezzo medio resta alto: non per colpa delle rinnovabili, ma nonostante le rinnovabili».

Nei giorni scorsi l’Ue ha autorizzato l’Italia a spendere di più per l’energia, ma ha detto chiaramente “no” al bonus sulle accise in bolletta. Come la legge?

«Una scelta di buon senso, finalmente. La Commissione ha allargato il margine di flessibilità di bilancio anche all’energia: gli Stati possono spendere fino allo 0,3% del Pil all’anno nel triennio 2026-2028, che per l’Italia significa qualcosa come sette miliardi l’anno. Ma con un paletto netto: non possono essere misure generalizzate come il taglio delle accise. Le risorse vanno usate per investimenti e per sostegni mirati: reti elettriche, accumuli, elettrificazione, espansione delle fonti pulite. In parallelo si parla di un piano da oltre venti miliardi per portare le rinnovabili a coprire quasi il 40% dei consumi entro il 2030. È un cambio di filosofia: smettere di curare il sintomo e iniziare a curare la malattia».

Ma il taglio delle accise non aiutava di più le famiglie?

«Il taglio delle accise è un antidolorifico: dà sollievo per qualche mese, poi finiscono i soldi e il problema è identico a prima. Anzi, peggio: abbassare artificialmente il prezzo dei combustibili spinge a consumarne di più, ed è esattamente ciò che l’Europa vuole evitare. Con gli stessi miliardi puoi togliere il dolore una volta, oppure puoi costruire un sistema che produce energia a basso costo per vent’anni. Il sostegno mirato a chi è davvero in difficoltà ci deve essere, su questo non discuto. Ma usare la spesa pubblica per drogare il prezzo dei fossili è il modo migliore per restare prigionieri dei fossili».

Allora quali sono, secondo lei, i veri problemi delle rinnovabili in Italia?

«Il primo è l’infrastruttura non adeguata alla domanda: produciamo sempre più energia pulita, ma le reti e gli accumuli non tengono il passo. Risultato: a volte siamo costretti a “tagliare” la produzione rinnovabile perché la rete non la regge, energia pulita e gratuita buttata via. Oggi abbiamo circa 18 GWh di accumuli, ma ce ne serviranno almeno 121 entro il 2035. Il secondo problema è che il costo dell’investimento ricade quasi tutto sulle spalle dei privati: famiglie e imprese mettono il capitale, si prendono il rischio e i tempi della burocrazia, mentre la rete, che è un bene pubblico, arranca. Il terzo è il conflitto tra energia e agricoltura: ogni volta che si propone un impianto a terra scatta la guerra “campi contro pannelli”, e così non andiamo da nessuna parte. Dobbiamo incentivare davvero i Ppa, i contratti di acquisto di lungo termine; spingere sull’aumento dello stoccaggio dell’energia; potenziare l’agrivoltaico ed introdurre tariffe orarie dinamiche, così che anche le famiglie possano usare l’energia quando costa pochissimo, nelle ore centrali del giorno».