lo scenario
Bollette alle stelle e dividendi d'oro: come il conflitto arricchisce le grandi compagnie petrolifere
Profitti previsti in rialzo dell'80% per i colossi del settore energetico. Il costo della crisi viene socializzato sulle spalle dei cittadini, mentre gli utili arricchiscono azionisti e fondatori
Mentre famiglie e imprese in ogni continente fanno i conti con una nuova, drammatica fiammata dei prezzi dell’energia e degli alimentari, la guerra si sta rivelando per pochi un colossale moltiplicatore di rendite. È la fotografia scattata dall’ultimo rapporto di Oxfam, diffuso all’apertura del vertice del G7 a Evian, in Francia.
Nei primi due mesi e mezzo dell’escalation militare che vede contrapposti Stati Uniti, Israele e Iran, i 41 miliardari del settore energetico dei Paesi del G7 hanno visto le proprie fortune crescere di 23,5 miliardi di dollari, a un ritmo superiore ai 300 milioni al giorno.
Sul fronte opposto, il conto presentato ai cittadini è pesantissimo. Il conflitto, sommato alla crisi economica globale, rischia di spingere in povertà oltre 30 milioni di persone, colpendo in particolare i Paesi a basso e medio reddito già provati da crisi del debito e shock climatici.
Il meccanismo è rapido e implacabile: le tensioni geopolitiche si traducono in un “premio al rischio” che fa schizzare i prezzi del petrolio e dei prodotti raffinati. A cascata, l’inflazione si riaccende.
Il rincaro dell’energia impatta subito anche sul cibo: la FAO segnala un aumento continuo dei listini alimentari, trainato dai maggiori costi di logistica, trasporti e fertilizzanti. Non a caso, le tre principali multinazionali dei fertilizzanti si preparano a mettere a segno un incremento degli utili del 23%.
A macinare profitti oltre ogni aspettativa sono soprattutto le “Big Six” del petrolio: per il 2026 gli utili sono stimati in 152 miliardi di dollari, un balzo del 80% rispetto alle previsioni antecedenti al conflitto.
Colossi come BP, Shell, TotalEnergies e l’italiana Eni stanno archiviando conti record grazie a modelli di business integrati, capaci di assorbire la volatilà del mercato e trasformarla in rapido vantaggio economico.
Come evidenzia l’analisi, il mercato “socializza il costo della crisi e privatizza il premio della tensione”. Questa abbondante liquidità raramente si traduce in sollievo per i consumatori: si riversa invece verso gli azionisti tramite ricchi dividendi e miliardi destinati al “buyback”, il riacquisto di azioni proprie per sostenere i corsi di Borsa.
Dinanzi a un divario tanto ampio, la politica appare immobile. Francesco Petrelli, portavoce di Oxfam Italia, accusa i leader del G7 di inazione e sollecita con forza l’introduzione di una tassa sugli extraprofitti, un’imposta patrimoniale sui super-ricchi e la sospensione del debito per i Paesi in difficoltà.