Parlamento europeo
Verso l'euro digitale: cos'è, quanto costerà e a chi la nuova moneta
Il voto della commissione Econ apre il confronto su privacy, sovranità e regole del nuovo modo di pagare
Una moneta si capisce davvero quando non la si vede più. Non tintinna, non passa di mano, non lascia resti nel portafoglio. Eppure continua a misurare fiducia, sovranità, potere. È su questo paradosso che si gioca la partita dell’euro digitale, il progetto con cui l’Unione europea prova a portare la moneta pubblica dentro l’economia dei pagamenti elettronici, oggi dominata da circuiti, piattaforme e infrastrutture in larga parte private e spesso non europee.
Il primo passaggio politico di peso è arrivato oggi, quando la commissione Econ del Parlamento europeo ha approvato la propria posizione sul regolamento con 43 voti favorevoli, 14 contrari e 1 astensione. Il testo è ora destinato al passaggio in plenaria, atteso a inizio luglio 2026, prima di aprire l’ultima fase del negoziato europeo con il Consiglio Ue e la Commissione europea. È un voto che non istituisce ancora la nuova moneta digitale, ma rimuove un ostacolo politico cruciale: da oggi il dossier entra davvero nella zona delle decisioni.
L’aspetto più interessante, però, è che la discussione non riguarda solo la tecnologia. Dietro l’euro digitale c’è una questione molto più ampia: chi controllerà, tra dieci anni, l’infrastruttura dei pagamenti quotidiani in Europa? Chi custodirà i dati? Chi incasserà le commissioni? E soprattutto: che spazio resterà alla moneta della banca centrale, se il denaro di tutti i giorni sarà sempre più intermediato da soggetti privati?
Un voto che pesa più dei numeri
Nelle dinamiche europee, i voti di commissione raramente infiammano il dibattito pubblico. Questo, invece, pesa. Perché arriva dopo mesi di frizioni interne al Parlamento, rinvii e compromessi su due nodi molto sensibili: la distinzione tra versione online e offline dell’euro digitale, e il bilanciamento tra privacy, stabilità finanziaria e remunerazione degli intermediari. A sbloccare il dossier è stato un accordo politico che ha superato una lunga impasse tra i gruppi parlamentari, consentendo di archiviare l’ipotesi di un euro digitale ridotto alla sola funzione offline.
Il relatore del testo in Econ è Fernando Navarrete Rojas, subentrato a Stefan Berger. Nella fase precedente del confronto parlamentare, la bozza aveva introdotto modifiche profonde rispetto alla proposta iniziale della Commissione europea, soprattutto sul rapporto tra euro digitale offline e online, sulle soglie di detenzione e sul modello di compensazione per i prestatori di servizi di pagamento. Il compromesso maturato nelle ultime settimane ha riportato il progetto verso un’architettura più unitaria, coerente con l’impostazione sostenuta sia dal Consiglio Ue sia dalla Banca centrale europea.
In altre parole: l’Europa non sta più discutendo se dotarsi o meno di un euro digitale in astratto. Sta discutendo quale euro digitale costruire, con quali limiti e a quali condizioni.
Che cos’è davvero l’euro digitale
Vale la pena chiarirlo subito. L’euro digitale non è una criptovaluta, non è un “bitcoin pubblico”, non è un nuovo strumento speculativo. Sarebbe, nelle intenzioni europee, una forma digitale di moneta della banca centrale, cioè denaro pubblico emesso dall’Eurosistema, da usare per i pagamenti di tutti i giorni accanto al contante. Non sostituirebbe banconote e monete, ma le affiancherebbe. La Commissione europea lo ha scritto in modo esplicito già nella proposta del 28 giugno 2023: l’obiettivo è garantire a cittadini e imprese la possibilità di pagare anche in forma digitale con moneta pubblica, mantenendo al tempo stesso l’accesso al contante.
Questo punto è essenziale, perché molte diffidenze nascono proprio dal timore che l’euro digitale sia il cavallo di Troia per l’abolizione del contante. Le istituzioni europee, invece, stanno procedendo su un doppio binario: da un lato il regolamento sull’euro digitale, dall’altro la proposta per rafforzare lo status di corso legale del contante. Il messaggio politico è chiaro: la nuova infrastruttura digitale non deve cancellare la vecchia, ma renderla complementare.
Perché Bruxelles insiste tanto: la sovranità dei pagamenti
Se si guarda oltre la retorica dell’innovazione, emerge il vero motore del progetto: la sovranità europea nei pagamenti. Oggi l’Europa è forte nella moneta, ma più fragile nelle reti attraverso cui quella moneta circola in forma digitale. Un dato basta a spiegare la preoccupazione: secondo la Bce, i circuiti internazionali rappresentavano circa il 61% dei pagamenti con carta nell’area euro già nel 2022; in 13 Paesi dell’eurozona i pagamenti con carta dipendono interamente da schemi internazionali. Inoltre, i pagamenti con carta sono diventati il principale strumento elettronico nell’Unione europea, con 70 miliardi di operazioni nel 2023, pari al 54% di tutte le transazioni non in contanti.
Tradotto: una parte decisiva della vita economica europea passa su binari che Bruxelles non controlla pienamente. Per la Bce e per molte capitali europee, l’euro digitale dovrebbe servire anche a ridurre questa dipendenza, offrendo un’infrastruttura pubblica e paneuropea capace di rafforzare autonomia strategica, resilienza e concorrenza nel mercato dei pagamenti. Non a caso il Consiglio Ue, nella posizione adottata il 19 dicembre 2025, ha definito il progetto un passo importante verso un sistema di pagamento europeo più robusto e competitivo, utile anche alla sicurezza economica del continente.
È la ragione per cui il tema, per anni percepito come tecnico, è diventato improvvisamente geopolitico.
Privacy, il nodo che decide la fiducia
Se c’è un terreno su cui l’euro digitale si giocherà gran parte della sua accettazione sociale, è la privacy. Le istituzioni europee sanno bene che nessun cittadino adotterà volentieri uno strumento percepito come tracciabile in ogni dettaglio o, peggio, programmabile da autorità pubbliche o private.
Su questo punto, la linea ufficiale è netta. La Commissione europea afferma che l’euro digitale non sarebbe programmabile, dunque non potrebbe essere limitato dalle autorità a specifici usi o categorie di spesa. La Bce, dal canto suo, sostiene che l’architettura sarà progettata per offrire i più alti standard di riservatezza tra i mezzi di pagamento elettronici. In particolare, la versione offline dovrebbe garantire livelli di privacy “simili al contante”: i dettagli della transazione sarebbero noti soltanto al pagatore e al beneficiario. Anche nella modalità online, l’Eurosistema non dovrebbe poter collegare direttamente i pagamenti a una persona identificata, mentre gli intermediari avrebbero accesso solo ai dati necessari a rispettare la normativa europea, per esempio in materia di antiriciclaggio.
È qui che si misura la delicatezza del progetto. Da un lato, il legislatore deve assicurare protezione dei dati e libertà d’uso; dall’altro, non può ignorare obblighi di antiriciclaggio e contrasto al finanziamento del terrorismo. La soluzione disegnata finora prova a separare i due piani: più protezione nella componente offline, più controlli nella componente online, con limiti specifici per contenere i rischi.
I limiti di detenzione e la paura di svuotare i depositi
Il tema più sensibile per il settore bancario è quello dei holding limits, i tetti alla quantità di euro digitali che ciascun utente potrà detenere. La logica è semplice: se cittadini e imprese potessero spostare somme elevate dai conti correnti verso la moneta digitale della banca centrale, soprattutto in periodi di tensione, le banche commerciali rischierebbero una fuga di depositi con effetti sulla raccolta e sulla stabilità del credito.
Per questo il Consiglio Ue ha chiarito che l’euro digitale non dovrà diventare uno strumento di riserva di valore. Il testo prevede limiti agli importi detenibili su conti e portafogli digitali online; a fissarli sarà la Bce, ma entro un tetto generale concordato politicamente e soggetto a revisione periodica. Anche la Commissione europea, nelle sue FAQ, ha indicato tra gli elementi centrali del regolamento proprio i limiti all’uso come forma di parcheggio della liquidità.
Su questo punto si è concentrata una parte importante del negoziato parlamentare, perché i limiti non sono un dettaglio tecnico: sono la valvola che dovrebbe rendere compatibile la nuova moneta pubblica con il modello bancario esistente.
Quanto costerà, e a chi
Ogni innovazione infrastrutturale ha un prezzo. E l’euro digitale non fa eccezione. Secondo stime rese pubbliche nel 2026 e attribuite dalla Reuters a dichiarazioni del membro del Comitato esecutivo della Bce Piero Cipollone, l’introduzione della nuova moneta potrebbe costare alle banche europee tra 4 e 6 miliardi di euro in quattro anni. Per la sola Bce, il costo di avvio sarebbe attorno a 1,3 miliardi di euro. In un documento di stocktake dell’Eurogruppo, l’istituto centrale ha inoltre indicato che tali investimenti equivarrebbero a circa il 3,4% della spesa IT quadriennale delle banche.
Il tema non è secondario, perché spiega molte delle resistenze del sistema finanziario. Le banche temono costi di adattamento, minore controllo sui dati dei clienti e compressione dei ricavi da pagamenti. Per questo il dossier europeo contiene un capitolo decisivo sulla compensazione degli intermediari. La posizione del Consiglio Ue stabilisce che alcuni servizi di base per i consumatori dovranno essere gratuiti — apertura e chiusura del conto, pagamenti, operazioni di funding e defunding presso lo stesso prestatore — ma consente di prevedere un sistema di remunerazione per i prestatori di servizi di pagamento, con tetti alle commissioni durante un periodo transitorio di almeno cinque anni.
In sostanza, l’Europa sta cercando un equilibrio difficile: rendere l’euro digitale abbastanza conveniente da essere adottato, ma senza scaricare interamente i costi della trasformazione sugli intermediari privati.
Online e offline: la doppia anima della moneta
Uno dei punti più innovativi del progetto è la coesistenza tra una modalità online e una offline. La prima si integrerebbe più facilmente con i servizi di pagamento esistenti; la seconda è pensata per funzionare anche senza connessione, aumentare la resilienza del sistema e avvicinare l’esperienza d’uso a quella del contante. È questa componente offline ad aver assunto un valore politico particolare, perché risponde a due obiezioni spesso mosse ai pagamenti digitali: la dipendenza dalla rete e la vulnerabilità in caso di blackout o disservizi.
La Commissione europea sottolinea esplicitamente che una funzionalità offline potrebbe rafforzare la resilienza del sistema dei pagamenti, garantendo continuità operativa anche in caso di interruzioni di connettività. Il Consiglio Ue ha recepito questa impostazione, indicando che il futuro euro digitale dovrà essere disponibile sia online sia offline.
Non è un dettaglio da ingegneri: è il tratto che distingue una semplice app di pagamento da una vera infrastruttura monetaria pubblica.
La tabella di marcia: cosa succede adesso
Dopo il voto in Econ, il passaggio successivo è la plenaria del Parlamento europeo, prevista nel calendario di inizio luglio 2026. Se il Parlamento confermerà il testo, si aprirà o si consoliderà la fase di confronto finale con il Consiglio Ue, che ha già adottato la propria posizione nel dicembre 2025. L’obiettivo politico, ribadito anche dal Vertice euro del 19 marzo 2026, è chiudere il lavoro legislativo entro la fine del 2026.
Solo dopo l’adozione definitiva del quadro normativo la decisione sull’emissione spetterà alla Banca centrale europea. Ed è un punto su cui Commissione e Bce convergono: il regolamento è “abilitante”, non automatico. In altre parole, la legge crea il perimetro; poi sarà la banca centrale a decidere se, quando e in che misura lanciare davvero l’euro digitale.
Secondo la Bce, l’orizzonte di una possibile prima emissione resta il 2029, assumendo che i colegislatori europei adottino il regolamento nel corso del 2026. Prima, però, potrebbero partire un esercizio pilota e transazioni iniziali già da metà 2027. Inoltre, Piero Cipollone ha indicato che lo sviluppo con prestatori di servizi selezionati dovrebbe avviarsi nel terzo trimestre 2026, in preparazione di un pilot nel secondo semestre 2027.
Il punto politico vero: l’Europa vuole tornare visibile nel denaro invisibile
Il voto di oggi non chiude il dibattito; lo rende inevitabile. Per anni l’euro digitale è sembrato un progetto da specialisti, sospeso tra white paper, audizioni tecniche e diffidenze pubbliche. Da questo momento, invece, entra nella sua fase adulta. Il punto non è più soltanto se sarà comodo pagare offline con un wallet europeo o se le commissioni saranno più basse. Il punto è che l’Unione europea sta provando a decidere se, nell’era dei pagamenti invisibili, la moneta pubblica debba restare una presenza concreta oppure limitarsi a fare da sfondo alle piattaforme private.
La vera sfida sarà qui: convincere i cittadini che l’euro digitale non è uno strumento di sorveglianza, ma una garanzia di scelta; convincere le banche che non è una minaccia esistenziale, ma un’infrastruttura da integrare; convincere i commercianti che può essere un’alternativa efficiente; convincere i governi che la sovranità monetaria, nel XXI secolo, passa anche dai terminali di pagamento e dai telefoni.
Per questo il via libera della commissione Econ merita attenzione. Non perché l’euro digitale sia già arrivato. Ma perché, con 43 voti favorevoli, l’Europa ha appena detto che intende prenderlo sul serio. E quando Bruxelles decide di prendere sul serio la moneta, di solito non sta parlando solo di denaro: sta parlando di potere, autonomia e futuro.