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Lo spettro di Hormuz spaventa i listini: energia alle stelle e azioni a picco
Le minacce incrociate tra Usa e Iran affossano l'Europa, Milano a -1,22%. A rischio i tassi della Fed per il ritorno dell'incubo inflazione
L’acuirsi delle tensioni in Medio Oriente scuote i mercati finanziari internazionali, colti di sorpresa dalla riapertura delle ostilità tra Stati Uniti e Iran.
Le Borse europee hanno chiuso in decisa flessione: Parigi, Madrid e Berlino hanno perso oltre il 2,1%, mentre Milano è riuscita a contenere i ribassi, archiviando la seduta a -1,22%.
Il sell-off ha colpito anche Wall Street, dove l’attacco americano all’Iran e le recenti esternazioni di Donald Trump al vertice della NATO hanno raffreddato il sentiment degli investitori. Il presidente degli Stati Uniti ha dichiarato «finito» il cessate il fuoco, minacciando nuovi raid e la possibilità di assumere il controllo dell’isola di Kharg.
L’escalation verbale è culminata quando Trump ha definito i leader iraniani «fuori di testa e pazzi», ipotizzando un blocco dello Stretto di Hormuz mirato esclusivamente a Teheran; immediata la replica iraniana, con la minaccia di una chiusura totale del passaggio strategico.
Il timore di un’interruzione a Hormuz ha acceso il comparto energetico. A New York il WTI è balzato di oltre il 5%, toccando i 75 dollari al barile, mentre il Brent è salito fino a quota 80. Il gas naturale ha messo a segno forti rialzi, oltrepassando i 49 euro per megawattora al TTF di Amsterdam.
Il caro-energia ha zavorrato in particolare i titoli delle compagnie aeree statunitensi, penalizzate dalle prospettive di un aumento del costo del carburante; in rialzo anche i rendimenti dei Treasury decennali, al 4,593% (massimi dallo scorso maggio), insieme alle azioni di Alibaba.
Le ripercussioni macroeconomiche di questo shock sui prezzi delle materie prime rischiano di essere significative. Il riaccendersi delle pressioni sui costi rilancia i timori d’inflazione e rimette al centro le prossime mosse delle banche centrali: per molti analisti un ulteriore rialzo dei tassi da parte della Fed entro l’anno è ormai dato per probabile.
«La luna di miele è finita», osservano gli esperti, evidenziando come a inizio settimana i mercati avessero sottostimato il rischio geopolitico. Pur in un contesto atteso di elevata volatilità, tra gli investitori resiste un cauto ottimismo. La tesi prevalente è che le quotazioni del greggio non torneranno ai massimi dei mesi scorsi e che l’economia proseguirà il proprio percorso di crescita, scongiurando quella «depressione» che a suo tempo aveva spinto lo stesso Trump a firmare un accordo preliminare con l’Iran.