Il defr
Dai campi in crisi ai chip in ascesa: la "strana" economia della Sicilia che vuole crescere
Mentre l'agricoltura crolla per il clima, l'elettronica tira la volata a una regione che vede finalmente i conti pubblici virare in positivo dopo anni di rosso
Sicilia, quadriennio decisivo tra risanamento dei conti e scommessa sugli investimenti. È la traiettoria che il governo regionale auspica di imprimere all’Isola, secondo il Documento di economia e finanza regionale (Defr) 2027-2029, vagliato dal Servizio Bilancio dell’Assemblea Regionale Siciliana (Ars).
Dalle analisi emerge un territorio a doppia andatura: da un lato un riequilibrio finanziario senza precedenti e una robusta programmazione di spesa in conto capitale; dall’altro un sistema produttivo che procede con velocità irregolari e prospettive non omogenee.
Crescita: l’ottimismo di Palazzo d’Orléans contro la prudenza degli osservatori. Nelle proiezioni di medio periodo (2026-2029), lo scenario tendenziale indica un incremento del Pil compreso fra lo 0,5% e lo 0,8% annuo. L’esecutivo guidato da Renato Schifani, invece, fissa l’asticella più in alto: l’ipotesi programmatica mira all’1,7-1,8%, un ritmo che collocherebbe la Sicilia sopra la media nazionale. A sostenere l’accelerazione, l’utilizzo di 13,75 miliardi di euro di risorse pubbliche destinate allo sviluppo nel quadriennio, pensate per controbilanciare il graduale venir meno dell’impulso del Pnrr e la persistente vulnerabilità energetica regionale.
I settori: servizi in tenuta, costruzioni in transizione, industria in chiaroscuro, agricoltura in affanno. A moderare gli slanci sono le “difformità” riscontrate tra le stime della Regione e quelle di istituti terzi come Svimez e Banca d’Italia.
Il terziario, che rappresenta il 80,2% del valore aggiunto, resta la colonna portante dell’economia e dell’occupazione (1.113.000 addetti), sospinto dal turismo internazionale, dal commercio (occupati in aumento del 4,3%) e dalla logistica marittima.
Le costruzioni, pari al 6,9% del Pil, attraversano una fase di aggiustamento: il ridimensionamento del Superbonus (-38,1% nel biennio) ha frenato l’edilizia privata, parzialmente compensata dall’avvio dei cantieri pubblici legati al Pnrr; l’occupazione nel comparto rimane sostanzialmente stabile (+0,1%).
L’industria cresce di un modesto 0,3%: pesano la crisi della raffineria (-23,4% dell’export per gli stop di Priolo), mentre offrono un parziale controbilanciamento l’hi-tech catanese (+3,5%) e la cantieristica navale.
La nota più critica riguarda l’agricoltura: pur valendo il 4,5% dell’economia regionale, non ha ancora recuperato i livelli pre-pandemici (-9% sul 2019), penalizzata dagli effetti dei cambiamenti climatici che, secondo Bankitalia, hanno colpito duramente la vitivinicoltura (-24%). Paradossalmente, gli addetti nel primario risultano in crescita del 5,6%.
Conti pubblici: il “miracolo” del riequilibrio e il sostegno dello Stato. I tecnici dell’Ars certificano “un netto risanamento dei saldi contabili”: dal disavanzo di 6,84 miliardi del 2020 si è passati a un avanzo di 2,26 miliardi nel rendiconto 2024. A rivoluzionare la struttura del debito regionale sarà però l’intervento di Roma: lo Stato si farà carico di circa 3,6 miliardi di passività pregresse (anticipazioni di liquidità del Mef e mutui Cdp per la sanità). L’operazione, che trasforma l’ammortamento in un contributo annuo alla finanza pubblica, dimezzerà di fatto lo stock di debito, atteso scendere dai 4 miliardi del 2025 a 2,19 miliardi nel 2026, con un rapporto debito/Pil stimato all’1,5% nel 2029.
Con i conti in ordine, la Regione accelera sugli investimenti: nel 2025 gli stanziamenti in conto capitale supereranno i 6 miliardi di euro (+20,4%), con un marcato incremento dei pagamenti destinati a infrastrutture, trasporti e sanità. Resta da verificare se la spinta programmata riuscirà a colmare le discontinuità del tessuto produttivo e a trasformare l’ottimismo delle previsioni in crescita duratura.