i mercati
Il prezzo del greggio in picchiata: lo Stretto di Hormuz respira, ma la tregua resta appesa a un filo
Petrolio giù del 5% dopo le aperture di Trump all'Iran
Nel giro di poche ore il mercato petrolifero globale ha tirato il freno d’emergenza, azzerando il cosiddetto "premio di guerra" accumulato nelle ultime settimane di tensione. Le quotazioni hanno reagito con decisione: il Brent, riferimento internazionale, ha lasciato sul terreno circa il 5%, scivolando nell’area 83,5-83,9 dollari al barile, mentre il WTI statunitense ha registrato una flessione analoga.
A determinare la brusca inversione di rotta sono state le più recenti dichiarazioni di Donald Trump, che si è detto disposto a sospendere i raid militari se i negoziati con Teheran produrranno risultati concreti. Le piazze non stanno scontando un’intesa definitiva o la fine del confronto, ma, più realisticamente, la possibilità che l’escalation venga congelata e rinviata. Secondo indiscrezioni, sulla Casa Bianca pesano anche le sollecitazioni dei principali partner del Golfo — Qatar, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti — allarmati dalle ricadute che un ulteriore deterioramento del quadro avrebbe sull’economia regionale e mondiale.
Il fulcro della crisi resta lo Stretto di Hormuz, il più rilevante "chokepoint" energetico del pianeta: ogni giorno vi transitano circa 20 milioni di barili di greggio e un quinto del commercio globale di gas naturale liquefatto. Da questa rotta passano le esportazioni cruciali di Arabia Saudita, Iraq, Kuwait, Emirati Arabi Uniti e Iran; qualunque intralcio si riflette quasi immediatamente sulle quotazioni internazionali.
Per favorire un allentamento della tensione è sceso in campo l’Oman, storico mediatore regionale, impegnato a tessere una trama negoziale volta a garantire la riapertura ordinata e sicura del passaggio marittimo. L’ipotesi sul tavolo è un’intesa temporanea con regole di navigazione condivise e un coordinamento marittimo, condizioni indispensabili per ridare fiducia agli operatori e ripristinare le coperture assicurative delle petroliere. Questo canale consentirebbe inoltre a Teheran di compiere un’apertura senza apparire formalmente piegata alle pressioni di Washington.
Sul contesto pesa anche la dinamica dell’offerta. All’inizio di luglio 2026 l’OPEC+ ha deliberato un aumento marginale della produzione, pari a 188 mila barili al giorno per agosto, mantenendo comunque ampia flessibilità. Ciò contribuisce a spiegare la rapidità del recente ribasso: il mondo non si trova in una condizione di penuria strutturale, ma reagisce a ondate alterne di allarme e sollievo geopolitico.
La posta economica resta notevole. A marzo 2026, definendo la crisi mediorientale come la più imponente interruzione dell’offerta nella storia del mercato, l’International Energy Agency aveva coordinato un massiccio rilascio d’emergenza di 400 milioni di barili. Il calo delle quotazioni odierno offre una boccata d’ossigeno contro l’inflazione, alleggerendo i costi energetici e rassicurando governi e banche centrali, in particolare in Europa, dove l’esposizione al gas resta elevata.
Gli operatori, tuttavia, invitano alla massima prudenza. La discesa del greggio non equivale a un ritorno alla normalità.