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La trattativa

La siderurgia italiana scende in campo: ecco la cordata pronta a rilevare l'ex Ilva

Federacciai formalizza l'interesse con quattordici aziende di peso ma esclude l'altoforno per evitare il rischio ambientale

18 Agosto 2026, 20:50

21:00

La siderurgia italiana scende in campo: ecco la cordata pronta a rilevare l'ex Ilva

La manifestazione d’interesse depositata da Federacciai con un raggruppamento di 14 imprese italiane segna uno spartiacque: per la prima volta prende forma un’opzione a trazione nazionale, tuttavia rigorosamente circoscritta agli impianti in grado di operare senza il “cuore pulsante” del ciclo integrale.

Nel giro di poche settimane la vicenda dell’ex Ilva ha cambiato fisionomia, restringendo drasticamente il proprio perimetro. Non è più in discussione il futuro del maggiore polo siderurgico del Paese nel tradizionale assetto alimentato a carbone, bensì ciò che può realisticamente sopravvivere dopo il colpo inferto dalla giustizia civile all’area produttiva tarantina.

Federacciai ha presentato un’offerta formale insieme a un nucleo di aziende che rappresenta una quota amplissima della siderurgia nazionale. La federazione riunisce circa 130 società e oltre il 95% della produzione di acciaio italiana. Hanno sottoscritto l’iniziativa ABS Acciaierie Bertoli Safau, Acciaieria Arvedi, Acciaierie Venete, Advanced Steel Solutions (Gruppo Asonext), AFV Acciaierie Beltrame, Alfa Acciai, Compagnia Siderurgica Italiana, Duferco Travi e Profilati, Feralpi Siderurgica, Ferriera Valsabbia, Lucchini RS Holding, Marcegaglia Carbon Steel, O.R.I. Martin e Rubiera Special Steel.

La linea indicata dalla compagine, guidata dal presidente di Federacciai Antonio Gozzi, parte da un presupposto netto: esclusione totale degli impianti colpiti dallo stop dell’area a caldo. L’interesse si concentra unicamente sui laminatoi e sulle lavorazioni finali a valle delle bramme. Oltre alla sezione “a freddo” di Taranto, il piano comprende i siti cardine del Nord connessi alla filiera: Genova Cornigliano, Novi Ligure e Racconigi, oggi nel perimetro di Acciaierie d’Italia in amministrazione straordinaria. Le bramme verrebbero reperite all’esterno. Si tratterebbe di una transizione di portata storica verso una “mini-Ilva”: un’architettura industriale più snella, che implicherebbe inevitabilmente un ridimensionamento dell’organico rispetto all’Ilva originaria, ma capace di garantire la fornitura di laminati e prodotti finiti a comparti strategici del manifatturiero nazionale, dall’automotive agli elettrodomestici, dalla meccanica alle costruzioni.

A imporre il ripensamento del modello è stata l’escalation del contenzioso. L’azione inibitoria collettiva promossa da un gruppo di cittadini davanti al Tribunale di Milano ha impresso l’accelerazione decisiva: il 26 febbraio 2026 i giudici hanno disposto la sospensione dell’area a caldo a partire dal 24 agosto 2026, salvo un tempestivo adeguamento a specifiche prescrizioni ambientali. Il provvedimento si inserisce nel solco tracciato dalla Corte di giustizia dell’Unione europea con la sentenza del 25 giugno 2024 (causa C-626/22), secondo cui l’esercizio di un’acciaieria va fermato in presenza di pericoli gravi e rilevanti per la salute pubblica e l’ambiente. Sulla base di questo principio, il Tribunale ha giudicato inadeguato il riesame dell’Autorizzazione integrata ambientale (AIA 2025) approvato dal Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica il 25 luglio 2025.

Il punto di non ritorno è arrivato il 27 luglio 2026, quando la Corte d’Appello di Milano ha confermato il blocco dell’area a caldo, ordinandone la chiusura tassativa entro 90 giorni. La decisione si fonda sulla mancanza di garanzie sufficienti riguardo alla dispersione di polveri sottili nello scenario di produzione massima pari a 6 milioni di tonnellate annue, oltre che sull’irrisolta presenza di circa 2.000 chilogrammi di amianto all’interno degli impianti, divenuta emblema delle criticità sanitarie e ambientali mai superate del sito.

L’ingresso in scena del consorzio italiano modifica gli equilibri, senza però azzerare la competizione internazionale, che deve ora misurarsi con un quadro radicalmente diverso. Il gruppo indiano Jindal Steel International ha ribadito l’interesse ad acquisire l’intero perimetro, incluse le aree a caldo, subordinandolo alla definizione di intese specifiche e alla fattibilità di un nuovo forno carbon free a Taranto. Resta in campo anche Flacks Group, che rivendica una proposta alternativa a Jindal garantendo continuità produttiva e occupazionale.

Per l’esecutivo la gestione del dossier è divenuta critica. Nel tavolo tecnico al Mimit del 4 agosto 2026 con le organizzazioni sindacali, il governo ha riconosciuto che i tempi strettissimi imposti dalla magistratura e la situazione di cassa di Acciaierie d’Italia riducono al minimo i margini d’azione. Il prestito ponte autorizzato dalla Commissione europea è destinato a esaurirsi nei prossimi mesi e non vi sono spazi legali per ulteriori erogazioni straordinarie di fondi pubblici. Le ipotesi allo studio includono un ricorso in Cassazione per sospendere gli effetti della sentenza d’appello, un riassetto urgente degli asset da cedere o nuovi interventi normativi d’emergenza. Nessuna strada, tuttavia, appare priva di ostacoli. La proposta “senza altiforni” di Federacciai impone una scelta rapida su quale siderurgia sia ancora sostenibile in Italia e quale prezzo ambientale, sociale e industriale il Paese sia disposto a pagare.