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ENERGIA

Petrolio vicino a 100 dollari: la guerra stringe la morsa sulle rotte del Golfo

Gli attacchi alle infrastrutture saudite mostrano quanto sia fragile il sistema costruito per aggirare Hormuz. Ora il rischio corre anche lungo il Mar Rosso.

08 Settembre 2026, 16:14

16:20

Petrolio vicino a 100 dollari: la guerra stringe la morsa sulle rotte del Golfo

La corsa del petrolio verso i 100 dollari al barile non nasce soltanto dalla paura di nuovi bombardamenti. Dietro il balzo del Brent oltre 99 dollari e del WTI vicino a 95 dollari c’è un problema logistico più profondo: le due principali rotte energetiche del Medio Oriente sono entrambe esposte alle conseguenze della guerra.

Il rialzo riflette un rischio molto concreto: il conflitto sta comprimendo contemporaneamente i flussi lungo lo Stretto di Hormuz e nel Mar Rosso, mettendo sotto pressione sia la principale via d’uscita energetica del Golfo sia il percorso alternativo utilizzato dall’Arabia Saudita.

Due strozzature sulla stessa mappa

Secondo la U.S. Energy Information Administration, nel secondo trimestre del 2026 il transito di greggio e prodotti petroliferi attraverso Hormuz è sceso in media a 4,9 milioni di barili al giorno, dai 21,6 milioni del quarto trimestre 2025, prima dell’inizio del conflitto. Nello stesso periodo, i volumi passati attraverso Bab el-Mandeb sono saliti a 8,1 milioni di barili giornalieri, perché Riad ha dirottato parte delle esportazioni sulla pipeline Est-Ovest, verso il porto di Yanbu.

Questa strategia ha consentito di attenuare l’impatto delle restrizioni a Hormuz, ma ha anche concentrato una quota crescente delle forniture lungo il Mar Rosso. Gli attacchi degli Houthi, sostenuti dall’Iran, hanno ora esposto la vulnerabilità di questa seconda direttrice, minacciando gli impianti sauditi e il traffico commerciale vicino allo stretto di Bab el-Mandeb.

Le incursioni con missili e droni hanno provocato incendi in infrastrutture energetiche e servizi pubblici nel sud dell’Arabia Saudita. Almeno 73 civili sono rimasti feriti, secondo le autorità saudite, mentre alcune attività negli impianti colpiti sono state sospese. Gli episodi segnano anche il deterioramento della tregua che dal 2022 aveva ridotto gli scontri diretti tra Riad e il movimento yemenita.

Dal greggio all’inflazione

Il mercato ha reagito rapidamente. Il Brent è salito fino a 99,22 dollari, massimo dal 24 luglio, mentre il WTI ha toccato 94,60 dollari, il livello più alto dall’8 giugno. In seguito le quotazioni hanno ridotto parte dei guadagni, senza però eliminare il premio per il rischio geopolitico.

Per l’economia globale, la soglia dei 100 dollari ha un valore che va oltre la psicologia dei mercati. Un rincaro persistente del greggio può trasferirsi sui prezzi dei carburanti, sui costi di trasporto e sui margini delle imprese, complicando il percorso di disinflazione e le decisioni delle banche centrali.

Il nodo, quindi, non riguarda soltanto quanti barili siano temporaneamente indisponibili. Conta soprattutto l’affidabilità delle rotte rimaste aperte. Se Hormuz resta fortemente limitato e il Mar Rosso diventa meno sicuro, aumentano tempi, costi assicurativi e probabilità di nuove interruzioni: una combinazione capace di mantenere il petrolio sotto pressione anche in assenza di un blocco totale delle esportazioni.