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I dati

L'olio d'oliva italiano è in crisi: crollo del 37% in vent'anni. E la Tunisia conquista i mercati (anche il nostro)

Il settore olivicolo del Bel Paese affronta una crisi strutturale e diventa dipendente dalle importazioni, mentre il Paese nordafricano registra volumi record, incassi miliardari e un'espansione senza precedenti

10 Settembre 2026, 17:50

18:00

L'olio d'oliva italiano è in crisi: crollo del 37% in vent'anni. E la Tunisia conquista i mercati (anche il nostro)

La produzione olivicola in Italia è in una crisi strutturale profonda che va avanti da due decenni. In questi anni il crollo della produzione ha sfiorato il 38%. E questo scenario di difficoltà cronica, che vede il Belpaese lottare per gestire le criticità dei propri uliveti, diventa ancora più evidente considerando il momento d'oro della Tunisia: il Paese Nordafricano registra risultati eccellenti e una crescita esponenziale sia nei volumi di vendita che nei ricavi.

L'Italia, pur restando il secondo produttore mondiale dietro la Spagna, ha visto la propria produzione precipitare dai 603,3 milioni di litri del 2006 ai 378,6 milioni del 2025. Sul fronte opposto, la Tunisia festeggia una campagna 2025-2026 definita eccezionale, con una produzione stimata intorno alle 500 mila tonnellate, un traguardo che le ha permesso di spingere le esportazioni a livelli record e di imporsi come un attore di primissimo piano nello scacchiere internazionale.

Secondo l'ultimo report di Istat, che considera appunto la situazione nel corso del ventennio tra il 2006 e il 2025, la flessione produttiva non è derivata da un abbandono delle terre, dato che le superfici coltivate si sono ridotte solo dell'1,4%, ma da un vero e proprio crollo della resa per ettaro, scesa del 26,1%. Questo impoverimento strutturale, legato a fattori climatici, problemi fitosanitari e limiti gestionali, ha generato un paradosso commerciale, trasformando l'Italia in un Paese fortemente dipendente dall'estero per soddisfare il proprio fabbisogno interno.

Nel 2025, infatti, ben il 78,6% della produzione nazionale è stato destinato alle esportazioni, lasciando al mercato locale una quota minoritaria di appena 81 milioni di litri. Per colmare l'enorme domanda interna, il Paese è stato costretto a importare ben 565 milioni di litri di olio, un volume pari a una volta e mezza l'intera produzione nazionale. Questo quadro evidenzia una progressiva trasformazione dell'Italia da nazione autarchica per l'olio a hub commerciale, altamente propenso a esportare il proprio prodotto d'eccellenza riducendo ai minimi termini le quote per il consumo interno.

In Tunisia invece, secondo i dati forniti dall’Ufficio nazionale dell’olio (Onh), il settore è in piena espansione e sempre più strategico per l'economia nazionale. Nei primi dieci mesi della campagna in corso, le esportazioni hanno superato le 380 mila tonnellate, garantendo ricavi per oltre 1,4 miliardi di euro, con previsioni di superare i 1,48 miliardi a chiusura di annata.

La crescita dei volumi esportati è balzata del 55,3% rispetto all'anno precedente, con l'Unione Europea, guidata in primis da Spagna e Italia, che assorbe il 57,1% del prodotto, seguita dal Nord America. Un dato cruciale è rappresentato dalla qualità, con l'extravergine che copre l'83,6% dell'export totale.

Nonostante l'86% del prodotto continui a lasciare il Paese allo stato sfuso, le autorità della Tunisia vogliono però puntare alla valorizzazione dell'olio confezionato con marchi nazionali, le cui vendite sono salite da 42 mila a 55 mila tonnellate. Sebbene per la prossima campagna si preveda un calo fisiologico a 300 mila tonnellate a causa della naturale alternanza produttiva dell'olivo, si pensa a un consolidamento del settore, con rafforzamento delle infrastrutture di stoccaggio, dell'assistenza diretta agli olivicoltori e sulla conquista di un sempre maggiore valore aggiunto sui mercati internazionali. Valore aggiunto che, finora, l'Italia è riuscito a conservare grazie ai suoi 42 marchi Dop per il solo settore. Sei di queste sono in Sicilia: Monte Etna, Monti Iblei, Val di Mazara, Valdemone, Valle del Belice, Valli Trapanesi, a cui si aggiunge il marchio Sicilia Igp.