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La trattativa

Trattativa in salita sulla Manovra dopo la lettera di Meloni a Von der Leyen: l'Ue frena l'assalto alle regole di spesa

Roma propone di usare l'extragettito del carovita per sostenere le famiglie ma la risposta della Commissione rimane scettica

01 Ottobre 2026, 21:51

22:07

 Trattativa in salita sulla Manovra dopo la lettera di Meloni a Von der Leyen: l'UE frena l'assalto alle regole di spesa

L’improvvisa impennata dei prezzi al consumo irrigidisce la preparazione della legge di bilancio, trasformandola in un confronto politico e diplomatico ad alta tensione tra Roma e le istituzioni dell’Unione. Secondo le stime provvisorie diffuse dall’Istat il 30 settembre 2026, l’inflazione annua in Italia è salita al 4,2% a settembre, dal 3,3% di agosto, con un aumento congiunturale dello 0,7% e un’inflazione acquisita al 3,1%.

A trainare il rialzo è soprattutto il comparto energetico, balzato del 22,3% su base annua, mentre l’inflazione di fondo cresce più lentamente, dall’1,5% all’1,7%. I dati definitivi saranno resi noti il 16 ottobre. Per evitare che il carovita comprometta gli equilibri della manovra, la premier Giorgia Meloni ha scelto di accelerare i tempi, inviando una lettera ufficiale alla presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen. Nella missiva, la presidente del Consiglio chiede espressamente a Bruxelles di tener conto dell’inflazione superiore alle previsioni nella valutazione del rispetto del percorso di spesa concordato.

Il messaggio dell’esecutivo italiano ha i contorni di un avvertimento: in assenza di margini di flessibilità aggiuntivi per compensare i maggiori costi dei servizi esistenti, il governo si vedrebbe costretto a varare contromisure restrittive e tagli significativi su altri capitoli del bilancio pubblico. Tra le ipotesi avanzate, Meloni propone di destinare una quota dell’extragettito fiscale generato dall’aumento dei prezzi nominali a interventi temporanei e selettivi contro il caro energia, sollecitando l’inserimento del dossier all’ordine del giorno dell’Ecofin del 9 ottobre.

La prima reazione da Bruxelles è stata però improntata alla massima prudenza. Dalla Commissione filtra la linea secondo cui gli strumenti di flessibilità sono già stati ampliati e ulteriori concessioni o deroghe automatiche non possono essere date per scontate. Il nodo tecnico alla base dell’impostazione europea è la nuova governance economica dell’Unione, che assume come indicatore operativo centrale la spesa netta delineata nel piano pluriennale approvato dal Consiglio.

Questo aggregato esclude gli interessi sul debito, la componente ciclica della disoccupazione e i programmi cofinanziati dall’UE, ma contabilizza con rigore le decisioni discrezionali di politica fiscale. Ne consegue che un incremento spontaneo delle entrate legato all’inflazione non viene considerato una copertura valida per autorizzare ulteriori uscite. L’impostazione della Commissione trova sponda nelle analisi della Banca centrale europea sugli effetti dell’inflazione sui conti pubblici. Uno studio condotto dall’istituto di Francoforte smentisce l’idea che il rialzo dei prezzi migliori automaticamente i saldi: in presenza di uno shock d’offerta di origine estera, i costi di funzionamento delle amministrazioni e le prestazioni pubbliche crescono più dei benefici immediati in termini di gettito. Inoltre, la riduzione statistica del rapporto debito/Pil ottenuta grazie alla crescita del Pil nominale non equivale né a un calo del debito reale in euro né a una maggiore disponibilità di cassa.

Di fatto, mantenere invariata la rete dei servizi pubblici a prezzi più alti assorbe risorse senza generare prestazioni aggiuntive, comprimendo la spesa reale del settore pubblico. Anche il possibile ricorso alla clausola nazionale di salvaguardia si scontra con paletti giuridici e procedurali stringenti. L’attivazione della deroga richiede una richiesta formale dello Stato membro, un’istruttoria con raccomandazione della Commissione e una delibera finale del Consiglio, subordinatamente alla condizione che la sostenibilità del debito a medio termine non venga compromessa. Pur avendo il Consiglio concesso, il 9 luglio 2025, margini di flessibilità a quindici Paesi per l’aumento delle spese di difesa, e benché il 18 agosto 2026 la Commissione abbia introdotto orientamenti per la sicurezza energetica strutturale, l’Esecutivo comunitario continua a distinguere nettamente gli investimenti di transizione dai sostegni d’emergenza alle bollette.

Già nel marzo 2026 una nota dell’Eurogruppo aveva ritenuto inopportuna l’attivazione di clausole d’emergenza per finanziare aiuti energetici temporanei. In assenza di atti formali dell’Unione che definiscano con precisione le spese ammissibili e le relative condizioni, il pressing della presidente del Consiglio rischia dunque di infrangersi contro il rigido perimetro contabile europeo.