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Gasolio russo, perché l'accordo politico di Trump con Putin non fa crollare i prezzi alla pompa

Mosca non conferma le scadenze e le raffinerie russe faticano a garantire i tre milioni di tonnellate condizionati dall'esito dei recuperi produttivi

12 Ottobre 2026, 21:52

22:00

Gasolio russo, perché l'accordo politico di Trump con Putin non fa crollare i prezzi alla pompa

Un annuncio a effetto, giunto il 9 ottobre 2026 a poche settimane dal cruciale appuntamento con le elezioni di medio termine statunitensi del 3 novembre, ha scosso il dibattito politico: il presidente Donald Trump, dopo un colloquio con Vladimir Putin, ha dichiarato di aver raggiunto un accordo per l’invio di consistenti volumi di diesel russo verso gli Stati Uniti e il mercato internazionale, con l’obiettivo di raffreddare quotazioni dei carburanti ai massimi e attenuare le tensioni politiche.

Eppure, al di là del clamore mediatico, i prezzi alla pompa sono rimasti sostanzialmente invariati, a conferma che un impegno politico non si traduce automaticamente in rifornimenti più economici per automobilisti e autotrasportatori. Per comprendere l’assenza di effetti immediati sui distributori occorre esaminare la struttura dell’offerta. Il piano illustrato da Washington prevede un primo flusso di oltre 300.000 tonnellate di gasolio, seguito a novembre 2026 da ulteriori 500.000 tonnellate e, a breve distanza, da un altro milione, per un totale di circa 1,8 milioni di tonnellate nelle prime tre tranche. Una quota aggiuntiva di tre milioni di tonnellate — che porterebbe il potenziale complessivo oltre 4,8 milioni — resta però subordinata allo stato di efficienza e al recupero delle raffinerie russe. Inoltre, come rilevato dalle analisi di S&P Global, sebbene Mosca abbia manifestato una disponibilità di massima a rifornire il mercato globale, il Cremlino non ha confermato né i volumi complessivi indicati dalla Casa Bianca né un calendario dettagliato per i singoli prodotti.

Sul versante finanziario l’annuncio ha innescato una reazione speculativa. Il cosiddetto “crack spread” — il differenziale tra il prezzo del prodotto raffinato e il costo del greggio — per il contratto sul diesel a bassissimo tenore di zolfo è sceso di 6,45 dollari al barile, attestandosi a 96,80 dollari. Come sottolinea la Energy Information Administration (EIA), questo indicatore riflette soltanto i margini teorici di raffinazione e le aspettative degli operatori, senza tradursi automaticamente in sconti alla pompa. Il prezzo finale incorpora infatti molteplici componenti fisse e variabili: il costo del greggio, i margini di raffinazione, la logistica di distribuzione, la concorrenza locale e la fiscalità.

Un ulteriore freno al calo dei listini risiede nella netta differenza tra disponibilità di materie prime e capacità industriale di trasformarle in prodotti finiti. Gli analisti citati da Associated Press ricordano che l’impatto effettivo dell’intesa sui prezzi del diesel negli Stati Uniti resterà probabilmente limitato, poiché la capacità esportabile delle raffinerie russe è contenuta. Il quadro internazionale, fotografato dall’EIA, segnala una scarsità strutturale di distillati dovuta alla minore attività di raffinazione in Russia, Cina e Medio Oriente. Negli Stati Uniti, pur con una produzione media di 5,1 milioni di barili al giorno tra gennaio e agosto 2026 — il livello più elevato dal 2019 — e un utilizzo degli impianti al 97%, le scorte nazionali di gasolio risultano inferiori del 13% rispetto alla media stagionale quinquennale, prosciugate da una domanda di export molto sostenuta.

A complicare il quadro si aggiungono i fattori stagionali e geografici. L’arrivo dell’autunno e dell’inverno spinge la domanda di combustibile da riscaldamento e i consumi legati alle attività agricole, esercitando ulteriore pressione sui prezzi del diesel. Al contempo, le distanze tra i punti di approvvigionamento e i centri di consumo comportano costi di trasporto significativi, con ricadute diverse sui territori. Per la logistica stradale e ferroviaria — dove il prezzo del carburante incide direttamente sui costi operativi e, a cascata, sul prezzo finale dei beni — la prudenza resta d’obbligo: gli annunci non colmano gli squilibri del mercato e una regola dell’economia reale continua a valere su tutto il resto: il gasolio promesso non è ancora gasolio consegnato.