Putin-Xi, l’asse del caos sfida l’Occidente
L’alleanza tra Mosca e Pechino pare sia destinata a consolidarsi e potenzialmente potrebbe destabilizzare il mondo. Dinanzi a questa prospettiva Trump ostenta tranquillità, perché ritiene che gli Stati Uniti dispongano del più potente esercito del mondo e siano quindi in grado di reagire ad ogni minaccia in tempi eccezionalmente rapidi.
L’alleanza tra Mosca e Pechino per sfidare l’Occidente pare sia destinata a consolidarsi e potenzialmente potrebbe destabilizzare il mondo. Dinanzi a questa prospettiva Trump ostenta tranquillità, perché ritiene che gli Stati Uniti dispongano del più potente esercito del mondo e siano quindi in grado di reagire ad ogni minaccia in tempi eccezionalmente rapidi. Senza contare che confida di potere stabilire con Putin un asse di ferro destinato a durare nel tempo, anche se lo zar non sembra riconoscergli un’adeguata statura politica.
Sono altri gli interlocutori con i quali il dittatore russo intende interagire al fine, soprattutto, di poter uscire da una condizione di isolamento all’interno della comunità internazionale. Per riuscirci, Putin in questi mesi ha cercato di costruire quello che è stato definito l’asse del caos, cioè l’alleanza permanente di autocrati e dittatori ostili allo Stato di diritto, ai loro occhi una bizzarria in un mondo disordinato e imprevedibile. In questa ottica, Putin ha intensificato il dialogo con il regime di Pechino. L’obiettivo perseguito può essere quello di istituzionalizzare un confronto-competizione con l’Occidente, basato soprattutto sul riarmo. La parata militare di Pechino, in questa prospettiva, dimostra che la Cina intende mostrare i muscoli.
Putin ha sempre ritenuto che l’idea di portare la democrazia in territori che non l’hanno mai conosciuta diventa un elemento di disordine sociale. E oggi si candida ad essere il principale fautore di una convergenza tra regimi che lottano la liberaldemocrazia.
È un disegno che marcia di pari passo con l’obiettivo di rifare la Grande Russia, ripristinando i vecchi confini dell’Unione Sovietica, cancellati con la fine del comunismo e con l’emergere di Stati indipendenti non più soggetti a Mosca. La grande mobilitazione di Pechino doveva servire anche a rendere ancora più credibile tale progetto. E non pare dubbio che a Pechino sia stata siglata un’alleanza tra i dittatori.
L’Occidente non può non tenere conto di questo scenario. E deve farlo rinsaldando la propria unità sul terreno dei valori e, soprattutto, sapendo interagire con popolazioni stanche delle guerre permanenti. Si tratta di capire in nome di chi parlano i protagonisti della sfilata di Pechino. Sicuramente non in nome dei popoli affamati dalla guerra, stanchi delle aggressioni militari, piegati dal dolore per le vittime prodotte dai bombardamenti a tappeto sulle popolazioni civili incolpevoli. È su questo terreno che i dittatori che hanno partecipato alla parata militare vanno sfidati. Sul piano dei valori l’Occidente è nelle condizioni di contrastare con successo i regimi illiberali.
La grande parata militare non ha inteso soltanto celebrare gli ottant’anni dalla vittoria della Cina sul Giappone - a cui l’America ha dato un grande contributo - ma ha voluto mettere in evidenza la straordinaria potenza dell’apparato militare cinese, anche in riferimento all’arsenale nucleare. La Cina ha inteso mostrare i muscoli, candidandosi ad essere l’attore fondamentale di un’alleanza che coinvolge gran parte del mondo anti Occidente. In tale contesto Putin si propone come l’uomo forte dello schieramento che dovrebbe destabilizzare le democrazie liberali. Ed userà ogni mezzo possibile per raggiungere l’obiettivo.
Da questo punto di vista, ha ragione il cancelliere tedesco Merz quando spiega che Putin è il peggior criminale di guerra dei nostri tempi. Attraverso le sue guerre permanenti vuole dare una spallata alle democrazie, ritenute corrotte e impotenti, oltre che moralmente indegne. Esibire, come è accaduto a Pechino, poderosi arsenali militari in grado di colpire l’intera umanità mira a dimostrare l’inefficacia dello Stato di diritto, soprattutto in riferimento alle sanzioni che esso dovrebbe comminare per garantire la pace. L’obiettivo è quindi ricreare un clima di insicurezza che ricorda quello degli anni della guerra fredda e che induce anche piccole e medie potenze ad armarsi per intraprendere guerre di aggressione che sono facili da aprire e difficili da chiudere.
Insomma, pare concreto il rischio che si torni alle politiche della dissuasione che hanno consentito il riarmo e guerre di aggressione che possono essere anche delegate. Significativa, in questo senso, la gratitudine manifestata da Putin nei confronti del dittatore coreano Kim che ha fornito alla Russia uomini e mezzi per rendere ancora più efficace l’aggressione militare all’Ucraina. Mai si era verificato il coinvolgimento diretto di un Paese asiatico in una guerra europea.
Trump si è dichiarato disponibile a dare garanzie in ordine alla sicurezza dell’Ucraina. È, questa, una doverosa assunzione di responsabilità. È ora necessario capire in che modo gli Stati Uniti intendano realizzare una cornice di sicurezza che consenta soprattutto ai Paesi un tempo satelliti dell’Unione Sovietica di potersi sentire garantiti fino in fondo di fronte alle aggressioni militari minacciate e realizzate da Putin. Un “cordone” che, come hanno spiegato i Volonterosi, l’Europa non può garantirsi da sé.