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L’intervento

Gli spari allo Zen e la Chiesa che non si limita ad osservare: la mitezza che disturba, la speranza che inquieta

La storia siciliana ci insegna che quando la Chiesa educa e offre alternative, può diventare un ostacolo per chi vuole mantenere il controllo attraverso paura e rassegnazione

Emiliano Abramo

05 Gennaio 2026, 10:40

10:55

chiesa zen san filippo neri

Ci sono fatti che, più di altri, interrogano la coscienza civile di un territorio. Gli spari contro la chiesa dello Zen, a Palermo, sono uno di questi. Non è solo un atto intimidatorio: è un colpo inferto al cuore di una comunità fragile, un gesto che vuole spegnere la luce di un luogo che, in mezzo alle difficoltà, continua a essere casa, riparo, incontro.

Nelle periferie, le chiese non sono semplicemente edifici: sono presenze. Sono volti, nomi, storie. Sono quella trama minuta di relazioni che tiene insieme ciò che altrimenti si sfalderebbe. Per questo gli spari fanno male: perché colpiscono un presidio di umanità.

L’arcivescovo Corrado Lorefice ha parlato con parole che non sono solo di condanna, ma di responsabilità: «È un gesto gravissimo, un attacco alla speranza. Ma noi non arretriamo: la Chiesa sarà sempre accanto agli ultimi, soprattutto dove qualcuno vorrebbe solo rassegnazione e silenzio».

È un linguaggio che richiama la tradizione migliore della Chiesa palermitana: quella che non si limita a osservare, ma abita i luoghi, li ascolta, li accompagna. Una Chiesa che non si lascia intimidire perché sa che la sua forza non è nel potere, ma nella prossimità.

Non si vedeva un attacco così diretto alla predicazione della Chiesa dai tempi di padre Pino Puglisi. Anche allora, come oggi, la parola evangelica diventava scomoda perché liberava, perché apriva spazi di coscienza, perché rompeva equilibri di dominio.

La storia siciliana ci insegna che quando la Chiesa si fa vicina ai poveri, quando educa, quando offre alternative, può diventare un ostacolo per chi vuole mantenere il controllo attraverso la paura o la rassegnazione. È un paradosso antico: la mitezza che disturba, la speranza che inquieta.

Lo Zen non è un mondo a parte. È uno specchio. È il simbolo di tante periferie siciliane – da Librino allo Sperone – dove la povertà educativa e sociale continua a crescere. I numeri parlano chiaro: in Sicilia oltre il 17% dei giovani tra i 18 e i 24 anni abbandona precocemente la scuola, il dato più alto d’Italia. La dispersione scolastica non è una statistica: è un destino che si chiude, un talento che si perde, una vita che rischia di scivolare ai margini.

Eppure, proprio in questi luoghi, nascono energie straordinarie: volontari, insegnanti, parroci, associazioni che ogni giorno costruiscono ponti dove altri vedono solo muri. Ma non possono essere lasciati soli.

Gli spari allo Zen sono un grido che chiede presenza. Non una presenza episodica, ma una politica che torni a guardare le periferie come parte viva della città e della regione. Le istituzioni devono tornare a investire in scuola, cultura, servizi, lavoro. Devono tornare a credere che una periferia non è un problema da contenere, ma una comunità da far crescere.

La sicurezza non nasce dalla paura, ma dalla dignità. La legalità non si impone solo con le forze dell’ordine, ma si costruisce con opportunità reali. La speranza non può essere delegata a pochi presidi eroici.

Gli spari contro la chiesa dello Zen non sono un episodio locale. Sono una ferita che attraversa la Sicilia e interroga l’Italia. Ci ricordano che le periferie non sono terre di nessuno, ma luoghi dove si gioca il futuro del Paese. La Chiesa, ancora una volta, ha mostrato di esserci. Ora tocca a tutti noi – istituzioni, cittadini, comunità – raccogliere questa sfida. Perché una periferia abbandonata è una società che rinuncia a una parte di sé. E la Sicilia non può permettersi di rinunciare a nessuno.

* L'autore, Emiliano Abramo, è il presidente regionale della Comunità di Sant’Egidio