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L'opinione

La rissa sulla Giustizia non giova a nessuno

Scontro sulla riforma: tra propaganda politica e potere delle correnti, la vera posta è l'indipendenza dei giudici e il futuro delle istituzioni

13 Gennaio 2026, 17:10

La rissa sulla Giustizia non giova a nessuno

La rissa sulla riforma della giustizia sta assumendo le caratteristiche di un confronto sempre più duro tra toghe e governo che si disputa nel primato in materia di gestione delle riforme istituzionali. Di questo si tratta, più che di promuovere riforme destinate a mettere ordine nella giurisdizione rendendola più efficace e garantista. È, questo, un conflitto che sconcerta l’opinione pubblica, la quale rivendica la giustizia giusta anziché quella infeudata a questo o a quel potere.

Non pare dubbio che l’equilibrio tra i poteri non possa essere unilateralmente modificato. Insomma, eventuali conflitti verrebbero in ogni caso a trovare un punto di mediazione anche attraverso il coinvolgimento del Capo dello Stato. E, invece, le riforme sulle quali disputano toghe e politica stanno dando luogo ad aggressive campagne propagandistiche che partiti politici e partiti dei giudici promuovono senza esclusione di colpi di fronte ad un’opinione pubblica sbigottita.

Da questo punto di vista, è emblematica l’iniziativa assunta dal fronte del No quando chiede all’opinione pubblica se è disposta ad accettare che, con la riforma Nordio, i giudici debbano dipendere dalla politica. Si tratta di una forma di “pubblicità ingannevole” che non fa certo onore alla corporazione giudiziaria. Per intenderci, cosa accadrebbe se il fronte del Sì chiedesse agli elettori se è preferibile un giudice indipendente a uno che opera al guinzaglio delle correnti che fanno il bello e il cattivo tempo in materia di carriera, come spiegava un “correntocrate” come Palamara?

La verità è che lo scontro sulla riforma della giustizia pare destinato a promuovere egemonie politiche che possono incidere sul futuro del Paese. Stanno scendendo in campo leader e organizzazioni politiche che da tempo non si occupavano più di giustizia e adesso ritengono di poter riguadagnare una udienza pubblica che potrebbe riassegnare ad alcuni di essi ruoli politici rilevanti. Leader politici che sembravano ormai da tempo fuori dalla mischia paiono ora decisi a trovare nella battaglia referendaria un’occasione imprevista per rilanciarsi.

Tenuto conto di ciò, sarebbe bene che il confronto sulle riforme della giustizia si tenesse con il senso di responsabilità che una posta in gioco così importante per il buon funzionamento delle istituzioni comporta e non attraverso contumelie e imposture, bensì un confronto volto a garantire i diritti, attraverso il quale politica e magistratura dovrebbero dialogare per garantire la giustizia giusta. Un appuntamento spesso sollecitato ma sistematicamente eluso.

Pare opportuno che all’interno del dibattito si cui si discorre si dia la giusta rilevanza al tema dell’indipendenza del giudice, ma sul concetto di indipendenza bisogna fare chiarezza. Spesso si confonde l’indipendenza con un traffico correntizio che non ha nulla a che fare con il pluralismo culturale che dovrebbe caratterizzare l’associazionismo giudiziario. Le correnti hanno assunto nel tempo un enorme potere, addirittura minacciando la stessa indipendenza della magistratura. Si tratta di gruppi organizzati all’interno della magistratura che esercitano un forte potere su nomine e carriere. Le correnti, di fatto, gestiscono l’autogoverno della magistratura, procedendo spesso con grande disinvoltura ad operazioni di scambio che non possono non incidere negativamente sulla stessa indipendenza dei giudici.

Di queste operazioni di scambio spesso pagano il prezzo i magistrati senza collare correntizio. Da questo punto di vista, è emblematica la vicenda del giudice Falcone. che ogni volta che si candidava per acquisire posizioni apicali all’interno della magistratura veniva sistematicamente bocciato.