L’intervento
Muos, il "credito" mai richiesto agli Usa
Dall'uso improprio dei fondi europei alla proposta di compensazioni militari per la rinascita della Sicilia
Le antenne della base americana Muos a Niscemi
Quando nel recente passato svolgevo a Bruxelles l’incarico istituzionale di procurare alla Sicilia i fondi dell’Ue, conservavo i documenti in una valigetta 24 ore che - come spesso notavo - suscitava molto interesse quando venivo chiamato a illustrare pubblicamente regole, procedure e modalità per l’ottenimento dei finanziamenti. L’aspettativa diffusa era (ed è) che «i soldi dell’Europa» si potessero utilizzare per opere, pubbliche o private, di qualsiasi tipo e natura, come la ristrutturazione di casa o la sostituzione delle piastrelle del bagno.
Capivo che molti guardavano la mia 24 ore come se dovesse materialmente contenere gli ambiti fondi. Non solo massaie e piccoli imprenditori, ma anche qualche sindaco, fissavano la valigetta con malcelata cupidigia.
Ottenemmo cifre ingenti: per il ciclo 2007/13 quasi 7 miliardi di quota europea, la cifra più alta in assoluto fra tutte le Regioni dell’UE in ritardo di sviluppo, mettendo in campo anche il disagio dell’insularità, che avevamo appena avuto riconosciuto nel Trattato con un’azione di lobby coordinata fra le isole. Ben poca cosa però di fronte ai quasi 200 miliardi che l’Europa ha (troppo) generosamente elargito all’Italia dopo il Covid con il Pnrr (buona parte dei quali da restituire). Ma mentre i sudati 7 miliardi di allora erano vincolati ad obiettivi, frutto di laboriose concertazioni (partenariati) fra Regione, Stato membro e Commissione Europea, la pioggia del Pnrr - pur condizionata ad alcune importanti riforme “strategiche” che saremmo tenuti ad attuare - ha dato origine al più sfrenato assalto alla diligenza che si possa immaginare. Altro che copertura del divario infrastrutturale Nord-Sud, niente riequilibrio della sanità, della ricerca e dell’istruzione o prevenzione dei rischi idrogeologici o attivazione di processi virtuosi di sviluppo, ma sagre, feste, contributi a pioggia ai più smodati appetiti local-campanilistici di migliaia di comuni e centinaia di collegi elettorali, con mance e mancette lottizzate. Ciò ha prodotto anche l’illusione di un’effimera crescita drogata di qualche decimale dell’occupazione e del Pil, ma l’effetto nei prossimi anni sarà recessivo. Contrariamente a quanto sta avvenendo in Spagna, dove l’investimento di ingenti somme nella formazione e nella valorizzazione dei giovani, soprattutto degli immigrati (ne stanno istruendo e regolarizzando oltre 500.000), producono l’impennata del tasso di crescita.
Da noi anche le esigenze più urgenti ed evidenti sono state posposte agli usi più banali.
Così a Niscemi, dove nessuno di coloro che ora si rimpallano da una istituzione all’altra le responsabilità dell’annunciato disastro ha mai proposito di usare quei fondi, sottraendoli allo spreco.
C’è, in più, un’opposizione che non riesce a mettere in piedi un’alternativa credibile, ma si limita a chiedere ancora una volta di dirottare su Niscemi i fondi già stanziati per il ponte sullo Stretto di Messina (come aveva già fatto nel 2011 il ministro-banchiere Passera del governo Monti per finanziare altre calamità al Centro-Nord), secondo il principio impostoci che la solidarietà, quando va al Sud, va alimentata con risorse del Sud e non viceversa: guai ad intaccare la lauta torta del Nord!
Così facendo, l’ingenua (?) Schlein fa un gran regalo a Salvini, ponendolo immeritatamente e paradossalmente agli occhi dei meridionali come l’unico autore di una infrastruttura che capovolge il Sud e proietta l’Europa verso il Mediterraneo e le rotte che lo attraversano.
Il dramma di Niscemi, per ribaltare l’uso strumentale che se ne sta facendo contro la Sicilia, ridicolizzando (meritatamente) le sue classi dirigenti, deve essere visto nell’ottica della “ricostruzione altrove”, con un grande progetto d’avanguardia. Ma con quali fondi?
Quasi nessuno evoca la presenza, solo a poche migliaia di metri, del Muos, il sistema di comunicazioni satellitari (solo tre al mondo) fondamentale per la difesa Usa e dell’Occidente. Non certo per attribuirgli le cause della frana, ma per porre sul tavolo - finalmente - il tema delle compensazioni spettanti alla Sicilia per il “servizio” che l’isola rende agli Usa e agli altri Paesi Nato con questa presenza e con quella della base di Sigonella, che ci rendono però obiettivo sensibile in caso di guerra.
Per avere idea dell’importanza per gli Usa di queste istallazioni, riporto solo di quando, assistendo il presidente della Regione nei numerosi incontri avuti in via Veneto e anche a Palermo con l’ambasciatore americano Thorne per superare le resistenze locali alla loro realizzazione, questi (un gran signore, con il quale si era stabilito un cordiale rapporto “diplomatico”), lasciando Palazzo d’Orleans mi disse testualmente: «Per favore direttore, la prego di chiarire al suo presidente che questa questione non è negoziabile». Cioè il Muos s’ha da fare, come aveva già approvato il governo italiano, con l’unica possibilità - semmai - di chiedere dei corrispettivi per il territorio (come sostenevo fin da allora e come però non avvenne, lasciando il servizio quasi subito dopo sia Thorne che io).
Orbene, finché l’odioso termine guerra era solo un tragico ricordo storico, considerato impossibile a ripetersi, questo rischio poteva forse essere trascurato, ma con i venti che spirano da Est e che rimbombano ad Ovest negli atteggiamenti incoscientemente bellicosi di Trump, il pericolo è tornato purtroppo concreto ed attuale. Se alla quantificazione economica di questo rischio aggiungiamo i danni subiti per la “guerra dei dazi” scatenata da Trump anche contro la Sicilia (vino e non solo), ne risultano somme compensative da poter richiedere assai più elevate del pur salato conto della ricostruzione di Niscemi, da ottenere per investirle là senza intaccare le già insufficienti risorse già destinate dall’Italia e dall’Europa per colmare l’enorme divario infrastrutturale (a partire dal collegamento ferroviario alla rete transeuropea reso possibile solo con il ponte mediterraneo).
Avrà l’attuale governo Italiano la capacità di porre sul tavolo la questione, magari sotto la spinta di una classe dirigente siciliana finalmente risorta?
Il momento è quando Trump chiede di aumentare le spese militari, obiettando che l’Italia con la Sicilia ha già dato molto più, con il “servizio gratuito” reso agli Usa e alla Nato, purché questo corrispettivo ci venga riconosciuto e rimanga nel nostro territorio.
Niscemi è una prima occasione per porre finalmente la questione.