l’analisi
Un'Italia a due velocità anche nello sport: una questione di infrastrutture, continuità gestionale e capacità di investimento
La questione meridionale nello sport continua ad esistere. Con un divario strutturale e culturale che va ben oltre i risultati agonistici
Giarre, stadio di atletica
La questione meridionale nello sport continua ad esistere. Con un divario strutturale e culturale che va ben oltre i risultati agonistici.
I dati più recenti mostrano che, nonostante la crescita complessiva della pratica sportiva in Italia, le opportunità di accesso restano fortemente diseguali dal punto di vista territoriale, con il Mezzogiorno che sconta ritardi persistenti in termini di infrastrutture, organizzazione, investimenti e, ci permettiamo, di cultura del movimento. Secondo Istat, nel 2024 il 66,5% della popolazione italiana ha praticato sport o almeno un’attività fisica nel tempo libero, il valore più alto mai registrato. Tuttavia la distribuzione territoriale resta sbilanciata: nelle regioni del Sud e nelle Isole la quota di persone che praticano sport si ferma intorno al 27,9%, contro percentuali superiori al 41% nel Nord e nel Centro del Paese. Il dato segnala che il calo della sedentarietà, pur significativo a livello nazionale, non riesce a colmare una frattura geografica che continua a incidere sulle possibilità concrete di fare sport con continuità.
Il divario emerge in modo ancora più netto guardando all’offerta di strutture. Il Rapporto Sport 2025, realizzato dall’Istituto per il Credito Sportivo e Culturale e da Sport e Salute, censisce oltre 78.000 impianti sportivi attivi in Italia, con più di 144.000 spazi di attività, pari a una media nazionale di 1,38 impianti ogni 1.000 abitanti. Tuttavia lo stesso Rapporto sottolinea come le regioni del Mezzogiorno presentino una dotazione inferiore alla media nazionale e, soprattutto, una maggiore incidenza di impianti non funzionanti: nel Sud la quota di strutture inattive raggiunge il 15%, contro una media nazionale dell’8%.
Non si tratta solo di quantità, ma anche di qualità e di età delle infrastrutture. Oltre il 40% degli impianti sportivi italiani è stato costruito negli anni Settanta e Ottanta, fase segnata dai grandi eventi e da una forte espansione dell’edilizia pubblica sportiva. Oggi questo patrimonio richiede interventi di riqualificazione e manutenzione costante, che risultano particolarmente difficili da sostenere per molti enti locali del Mezzogiorno.
Anche lo sport organizzato riflette questa asimmetria. Nel 2024 il Registro nazionale delle attività sportive dilettantistiche conta 107.804 associazioni e società attive e circa 12,3 milioni di tesserati. Tuttavia la rete associativa risulta più capillare nelle regioni settentrionali, mentre nel Mezzogiorno la presenza di società sportive è meno diffusa e più discontinua, con effetti diretti sulla possibilità di praticare sport in modo stabile, soprattutto tra bambini e adolescenti (Sport e Salute, dati RASD 2024).
Il quadro si complica ulteriormente osservando la dinamica degli investimenti. Tra il 2019 e il 2024 gli investimenti in infrastrutture sportive finanziati dall’Istituto per il Credito Sportivo e Culturale hanno mostrato una ripresa, raggiungendo nel 2024 circa 500 milioni di euro. Ma questa crescita è trainata prevalentemente dai Comuni del Nord, che nel biennio 2023-2024 hanno attivato il 46% degli interventi complessivi. Nello stesso periodo, i Comuni del Mezzogiorno hanno avviato 160 progetti, contro i 254 del Nord e i 176 del Centro, nonostante una dotazione impiantistica più bassa e una quota più elevata di strutture non funzionanti (ICSC–Sport e Salute, Rapporto Sport 2025).
Un ulteriore segnale di fragilità riguarda il modello economico dello sport di base. Nel 2023, secondo il Rapporto Sport 2025, gli investimenti delle attività di club sportivi sono diminuiti del 32,6% e quelli legati alla gestione degli impianti sportivi del 15,9%, mentre crescono in modo marcato solo le palestre (+75%). I segmenti in difficoltà sono proprio quelli che sostengono lo sport di prossimità, dilettantistico e giovanile, particolarmente rilevante nei territori del Mezzogiorno, dove il mercato fatica a sostituire il ruolo del pubblico e dell’associazionismo.
Infine, anche la capacità di attrarre eventi sportivi e risorse economiche risente dei divari infrastrutturali. Nel 2024 il mercato italiano degli eventi sportivi ha generato una spesa complessiva superiore ai 900 milioni di euro, ma l’affluenza e i ricavi si concentrano soprattutto nelle regioni settentrionali, dove la disponibilità di impianti moderni e multifunzionali consente di ospitare grandi manifestazioni. Il Sud resta in larga parte ai margini di questi flussi, non per assenza di domanda, ma per limiti strutturali dell’offerta (ICSC–Sport e Salute, Rapporto Sport 2025).
Nel complesso, le fonti ufficiali restituiscono l’immagine di uno sport che cresce in Italia, ma non cresce allo stesso modo ovunque. La questione meridionale nello sport non è quindi una questione di talento o di passione, ma di infrastrutture, continuità gestionale e capacità di investimento. Ridurre il divario significa trattare lo sport come un servizio pubblico essenziale, valutando le politiche non sugli eventi eccezionali, ma sulla possibilità concreta e quotidiana di praticarlo nei territori che oggi ne restano esclusi.
Occorre agire concretamente con un piano straordinario per il meridione, attuato sia per le infrastrutture classiche che per per le cosiddette "infrastrutture immateriali". Intervenire nel meridione in particolare sul capitale umano. Occorre divulgare l'importanza del movimento e mettere in atto una vera rivoluzione culturale. Senza vittimismo, ma con una dose robusta di realismo. Occorrerà tempo ma si può superare la questione meridionale nello sport proprio trasformando anche il Sud in una parte decisiva della Repubblica Del Movimento.