14 febbraio 2026 - Aggiornato alle 22:15
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Riflessione

Se parlare di amore (non solo a S. Valentino) diventa lezione

Accogliere emozioni e trasformarle in responsabilità, poesia e apprendimento autentico

14 Febbraio 2026, 14:12

Se parlare di amore (non solo a S. Valentino) diventa lezione

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In tanti anni di insegnamento ho compreso che educare significa non tenere separati i sentimenti dalle discipline, non fare della scuola un luogo che sospende la vita, ma uno spazio che la accoglie e la orienta. Non servono eventi straordinari né lunghe lezioni teoriche sull’affettività; spesso basta saper leggere ciò che accade tra i banchi e offrire a quell’energia una direzione educativa. È quello che accade particolarmente e puntualmente quando si avvicina San Valentino.

Ci sono mattine in cui entro in classe e capisco subito che l’atmosfera è diversa. Lo percepisco nei sorrisi trattenuti, nei sussurri prima che inizi la lezione, nei banchi su cui compaiono fiori, dolcetti, biglietti piegati con cura. La lavagna si riempie di cuori e dediche colorate, e l’aula assume un volto insolito, più caldo, più vivo. Succede anche prima delle vacanze o di certi fine settimana, ma il 14 febbraio tutto questo diventa più intenso!

Potrei scegliere di ignorarlo, richiamare tutti al programma, riportare l’attenzione esclusivamente ai contenuti invece provo a fare un passo diverso cioè accolgo quel clima e lo trasformo in occasione di apprendimento. Una delle esperienze è la “posta del cuore”, una semplice scatola all’ingresso, nulla di elaborato; ho visto studenti fermarsi a scrivere messaggi per compagni, per altre classi, perfino per noi docenti. Ho affidato loro la consegna dei biglietti e notato un senso di responsabilità nuovo, una delicatezza che raramente emerge nella routine scolastica. E quando una classe intera mi ha dedicato un pensiero, ho sentito quanto queste iniziative rafforzino il legame educativo.

Anche durante le lezioni cerco di intrecciare ciò che viviamo con ciò che studiamo. Partiamo da una canzone contemporanea e la analizziamo come fosse una poesia; accostiamo Saffo o Catullo alle parole di un cantautore; leggiamo Shakespeare o Alda Merini e chiedo ai ragazzi di scegliere un verso che li rappresenti. Li invito a spiegare perché, quale esperienza personale vi ritrovano, e in quei momenti l’attenzione è autentica, la partecipazione supera di gran lunga quella di molte attività più tradizionali. Tra le proposte che preferisco c’è la scrittura di biglietti ispirati ai testi affrontati in classe. Chiedo loro di evitare frasi scontate, di cercare parole vere. Devono selezionare un verso, commentarlo, decorarlo, trasformarlo in un messaggio senza destinatario preciso; poi distribuiamo i biglietti a caso e osservo volti sorpresi, talvolta commossi, poiché ciascuno riceve un pensiero, senza esclusioni.

Posso dire con convinzione che non è tempo sottratto allo studio, al contrario vedo crescere concentrazione e motivazione. I contenuti restano impressi, perché attraversano un’esperienza vissuta. I ragazzi scoprono che la letteratura, l’arte, la musica parlano delle stesse domande che abitano il loro cuore: il desiderio di essere riconosciuti, la paura della solitudine, la gioia dell’incontro. E la scuola diventa ancor più un luogo di crescita umana.