La riflessione
Garantire l’ordine pubblico salvando le libertà politiche
Gli incidenti di Torino potevano e dovevano essere evitati con un'azione di prevenzione che invece è mancata: perchè?
Le politiche autoritarie in materia di ordine pubblico non sempre garantiscono il diritto alla sicurezza, mentre certamente, almeno nell’immediato, minacciano la pace sociale. Ciò risulta inevitabile soprattutto quando esse paiono finalizzate a colpire ogni forma di dissenso politico.
I disordini verificatisi nei giorni scorsi a Torino hanno indotto il governo a progettare misure particolarmente dure verso ogni forma di protesta, soprattutto se organizzata attraverso i cortei, considerati un’occasione per promuovere disordini. Si ritiene, a torto, che impedendo questo genere di manifestazioni si possano scoraggiare sul nascere iniziative eversive. Un convincimento assolutamente errato: tutte le forme di partecipazione, se correttamente gestite, rafforzano la democrazia. Si sono avuti, in tempi recenti, grandi manifestazioni di protesta in difesa dei diritti del popolo palestinese e per far cessare la guerra in quei territori, e di certo essi non hanno provocato eclatanti disordini. Governare i cortei significa prevenire tumulti, individuare i capi che intendono crearli, neutralizzandoli per tempo. E si tratta soprattutto di evitare che si realizzi una preoccupante convergenza oggettiva tra chi strumentalizza i disordini perché vuole fare la rivoluzione e chi invece ritiene ogni forma di protesta e di partecipazione un pericoloso attacco alle istituzioni. Bisogna insomma evitare che le manifestazioni violente vengano strumentalizzate da chi auspica che la partecipazione politica sia svogliata e inefficace.
Non sempre i disordini, peraltro, sono imprevedibili: le intenzioni eversive di chi ha cercato di mettere a ferro e fuoco Torino erano note. L’attività di prevenzione non è stata all’altezza della situazione e i rischi sono stati sottovalutati. C’è da augurarsi che tutto ciò sia avvenuto per tutelare anche chi protestava pacificamente, e non per dimostrare che ogni forma di protesta è destinata a produrre il caos. È davvero sorprendente che si sia riusciti a governare i tumulti prodotti dalle tifoserie sportive ma lo stesso non sia stato fatto nei confronti di chi, alla luce del sole, inneggia all’anarchia. Al tempo dei grandi partiti di massa erano gli stessi partiti politici che organizzavano le manifestazioni a garantire l’ordine pubblico, cercando di creare una distanza protettiva tra chi voleva provocare disordini e i cittadini che intendevano semplicemente protestare in modo lecito per conseguire degli obiettivi politici. Nessun leader per prevenire disordini ha mai proposto di confiscare il diritto dei cittadini di esprimere le proprie opinioni partecipando ad un corteo.
Oggi si dispone di mezzi molto sofisticati per acquisire conoscenze in grado di monitorare per tempo le manifestazioni di massa ed evitare gravi disordini. Insomma, ciò che è accaduto a Torino era del tutto prevedibile. Non pare dunque accettabile che si criminalizzino le grandi manifestazioni di piazza solo per evitare il rischio di disordini che si possono scongiurare attraverso un’efficace opera di prevenzione. Impedire forme di partecipazione politica come i cortei costituisce un attentato alle libertà politiche.
A ragione le opposizioni giudicano strumentale un eventuale divieto dei cortei ritenuto foriero di minacce all’ordine pubblico. È auspicabile che non si promuova, da parte delle forze di governo, un giro di vite che penalizzi il diritto alla partecipazione politica mediante le pacifiche mobilitazioni di piazza.
Oggi più che mai occorre consolidare le istituzioni democratiche garantendo la libertà d’opinione che si manifesta anche negli spazi pubblici. Una partecipazione politica responsabile rende più forte la democrazia e induce i cittadini a intrattenere un dialogo con le istituzioni.