l'intervento
L’Italia esce vincente dalle Olimpiadi, ma può considerarsi nazione sportiva?
Una nazione per essere definita sportiva deve garantire la pratica sportiva a tutte le classi sociali a prescindere dal talento, e l'Italia, purtroppo, è lontanissima da questa condizione
Le Olimpiadi invernali di Milano-Cortina 2026 stanno consegnando al Paese l’immagine che gli italiani amano di più, quella di un’Italia capace di eccellere, di competere con le grandi potenze sportive, di trasformare talento e sacrificio in medaglie che continuano a fioccare una dietro l’altra.
Va dato atto che oltre ai meriti puramente sportivi, vi sono i meriti, altrettanto importanti, di chi ha reso questa Olimpiade straordinaria, di chi per primo ci ha creduto e di tutti coloro che, a vario titolo, hanno contribuito a questo successo.
Ci sarà tempo e modo per una valutazione costi-benefici, ma non è questo il tema che vorrei trattare, quanto quello che sorge spontaneo dalla seguente riflessione: occupare stabilmente i primi posti nel medagliere olimpico, fa dell’Italia una nazione sportiva?
La risposta, a mio avviso, è No. Una nazione per essere definita sportiva deve garantire la pratica sportiva a tutte le classi sociali a prescindere dal talento, e l'Italia, purtroppo, è lontanissima da questa condizione.
È un paradosso che a vincere sia il Paese con il tasso di sedentarietà più alto tra i Paesi Ocse e con l’indice di accessibilità alla pratica sportiva, che ricordo essere un diritto garantito dalla Costituzione, tra i più bassi al mondo.
L’Italia vince, emoziona, sale sul podio, tuttavia basta allontanarsi dalle piste perfette e dalle arene olimpiche per incontrare un’altra realtà, molto meno luminosa.
L’Italia è un Paese alla continua ricerca del talento sportivo, ma che poco o nulla fa per tutti gli altri, ovvero la stragrande maggioranza. Il sistema sportivo nazionale intercetta e coltiva bene i campioni, ma fatica a creare una cultura sportiva diffusa.
Per rendersene conto non servono analisi e studi complessi, di cui siamo comunque pieni, basta entrare in una scuola italiana per accorgersi delle condizioni delle palestre scolastiche: piccole, umide e dai pavimenti consumati, dotate di attrezzature minime, sempre più spesso inagibili. Secondo dati Istat, quasi il 60% degli edifici scolastici italiani non dispone di una palestra, con punte oltre il 75% in alcune regioni del Mezzogiorno. Nel Pnrr per l’impiantistica sportiva delle scuole italiane sono stati stanziati appena trecento milioni di euro contro i sei miliardi per le Olimpiadi.
L’Italia che applaude i campioni è la stessa in cui milioni di giovani abbandonano precocemente l’attività fisica o non la iniziano affatto creando, di fatto, un sistema sbilanciato, a causa di infrastrutture sportive vetuste e del tutto insufficienti. Esiste un problema sociale, alla pratica sportiva hanno accesso solo le famiglie in grado di sostenere costi e spostamenti e chi invece è cresciuto in territori poveri di strutture, continua a restare ai margini, non per mancanza di capacità ma di opportunità.
Concludo con un appello ai vertici dello sport italiano: l’eredità di Milano-Cortina non può restare solo lo straordinario medagliere, ma deve spingerci tutti a trovare soluzioni adeguate a colmare queste mancanze per far sì che oltre a saper vincere si sappia anche garantire a tutti il diritto allo sport.
L’auspico è quello di vedere i vertici sportivi, e non, fare a gara non solo per prendersi i meriti di queste eccezionali vittorie, ma anche per imprese, non meno importanti, di valenza e uguaglianza sociale.
Avrebbero il merito, questo si tutto loro, di fare dell’Italia non solo un Paese vincente ma anche giusto.
P.S.: questo eccezionale exploit sportivo appartiene ai nostri atleti, ma in parte anche ai loro tecnici spesso nemmeno menzionati, quando, in qualche caso, meriterebbero addirittura di salire sul podio, tanto è la dedizione e la simbiosi con l’atleta.
Orazio Arancio
*presidente Federazione Rugby Sicilia