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L'intervento

Riutilizzo sociale dei beni confiscati alla mafia, lo Stato vinca la scommessa

Il presidente della commissione regionale Antimafia Antonello Cracolici dalle pagine de "La Sicilia" parla della norma - la legge 109 del 1996 - che oggi compie trent'anni

07 Marzo 2026, 11:13

Riutilizzo sociale dei beni confiscati alla mafia, lo Stato vinca la scommessa

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Il 7 marzo di trent’anni anni fa il varo di una legge segnava una scommessa di civiltà nella lotta alla mafia: trasformare le ricchezze illecitamente accumulate dai clan in un’opportunità di riscatto collettivo. Un percorso nato da una straordinaria mobilitazione civile promossa dall'associazione Libera che aveva raccolto un milione di firme a sostegno di quella che diventerà la legge 109 del 1996.

Trent’anni di applicazione, da Nord a Sud Italia, impongono una riflessione non solo sul valore simbolico della legge 109, ma anche sul bilancio di quanto fatto fin qui, tra luci e ombre.

Sono da sempre convinto che è sul riutilizzo sociale dei beni confiscati che si gioca la partita della credibilità dello Stato nella lotta ai boss: perché sottrarre loro patrimoni illeciti e assegnarli alla cittadinanza, impedendone l'abbandono, è una conquista che colpisce i mafiosi anche sul piano della reputazione. Ci sono però dei limiti attuativi nell'applicazione della legge che vanno affrontati, a partire dalla gestione, che deve essere più vicina ai territori.

La Sicilia da sola ha il 40% dei beni confiscati dell’intero Paese, eppure vive il paradosso di un’articolazione slegata rispetto al proprio territorio, con una struttura dell'agenzia nazionale dei beni confiscati che ha sede a Palermo e una a Reggio Calabria che gestisce oltre la metà dei beni confiscati in Sicilia. Uno spezzettamento di competenze che soffoca le realtà produttive e non offre una visione unitaria della gestione dei beni in Sicilia. Inoltre, non esiste una piattaforma digitale che individui in modo trasparente i beni da assegnare. A questo si aggiungono tempi sempre più lunghi tra la fase del sequestro e quella della confisca definitiva nel corso dei quali si abbandonano al degrado dei beni che invece che essere simbolo di riscatto rappresentano una sconfitta per tutti.

Seguendo la lezione di Pio La Torre serve conoscere il territorio e avere un'autorità politica che si assuma la responsabilità della gestione e questa non può essere l’agenzia nazionale dei beni confiscati. Occorre il coinvolgimento di Comuni e prefetture che conoscano i beni, altrimenti questi rischiano di morire tra le carte burocratiche. Per quanto riguarda le aziende, poi, servono nuove competenze, più specifiche, che permettano di superare la gestione “eterna” degli amministratori e le strozzature burocratiche che finiscono per scoraggiare i lavoratori. Non possiamo permetterci opacità e polemiche nella gestione, soprattutto ora che la tensione civile contro la mafia si è abbassata, nella errata convinzione generale che non sparando più come prima, essa sia meno dannosa e pervasiva.

Come presidente della commissione regionale Antimafia ho voluto vedere di persona luoghi e associazioni che si occupano della gestione di diverse realtà sottratte alle mafie e ho scelto di inserire, in ogni seduta in giro tra le province siciliane, l'interlocuzione con i sindaci dei comuni, prime sentinelle di ciò che succede nelle nostre città. Da quell'esperienza di ascolto sono nati alcuni provvedimenti concreti, come l'inserimento nell’ultima Finanziaria della misura che consente di estendere anche ai consorzi assegnatari di beni confiscati sostegni per la riqualificazione. O ancora, la norma che prevede un accesso al credito attraverso l'Irfis alle imprese confiscate che prima venivano automaticamente inserite dagli istituti di credito nelle “Black list” segnandone l'inevitabile fallimento, con percentuali che hanno superato il 95% delle imprese.

In quella che io considero “L'antimafia del fare”, che non si limita a denunciare i problemi, ma si occupa di cercare soluzioni, c'è anche il lavoro che abbiamo fatto per rilanciare le periferie sociali delle nostre città, con un provvedimento che permetterà ai comuni di dotarsi di un ufficio speciale in grado di coordinare interventi che sono oggi distinti tra i vari assessorati, rendendo così più efficace l'azione di contrasto al disagio. Dobbiamo avere la consapevolezza che la lotta alla mafia è uno spartiacque per il tipo di terra in cui vogliamo vivere. Per questo è particolarmente importante trasformare un bene sottratto ai clan in un valore aggiunto per le nostre comunità.

Antonello Cracolici è presidente Commissione regionale Antimafia