L'analisi
Iran e Medio Oriente: l'azzardo della Casa Bianca
Il conflitto è iniziato da una settimana, e al momento non si riesce ancora a intravedere una via d’uscita
Con il testo che pubblichiamo qui di seguito l’ambasciatore Giovanni Castellaneta comincia la collaborazione con “La Sicilia”. Pugliese innamorato del Val di Noto, Castellaneta ha svolto la sua attività diplomatica rappresentando l’Italia in Iran, Australia e Stati Uniti. È stato inoltre Consigliere Diplomatico di Palazzo Chigi. Ha poi intrapreso un’attività come amministratore di società nel settore industriale e finanziario.
Il conflitto in Medio Oriente è iniziato da una settimana, e al momento non si riesce ancora a intravedere una via d’uscita dopo che in questi giorni le ostilità si sono allargate dall’Iran all’intera regione del Golfo, giungendo a lambire il Caucaso e persino le propaggini orientali dell’Unione Europea.
Al momento, i punti fermi su cui far partire ogni analisi sono sostanzialmente due. Il primo è l’oggettiva mancanza di basi legali dell’attacco israelo-statunitense contro l’Iran, che non è stato validato dalle Nazioni Unite e che non appare giustificato da alcuna minaccia imminente da parte di Teheran (a maggior ragione se il programma nucleare iraniano era stato completamente smantellato dai pesanti bombardamenti americani dell’estate scorsa). Il secondo è la preoccupazione per l’assenza di chiarezza sugli obiettivi che si vogliono ottenere con questa operazione militare. Non si comprende infatti se Trump e Netanyahu (che è indubbiamente molto influente sul suo alleato a Washington) si accontentino di un cambio di leadership e di un ammorbidimento delle politiche iraniane, o se vogliano invece andare all-in provocando un totale regime change dalle caratteristiche e probabilità di successo decisamente incerte. In tutto ciò, lo stato di salute del diritto internazionale e del multilateralismo sembra sempre più precario ed è una situazione con cui purtroppo saremo tutti costretti a fare i conti in questi anni.
A che punto siamo dell’operazione militare? I raid condotti da Usa e Israele sembrano avere ridotto sensibilmente le capacità missilistiche iraniani, dato che i lanciatori a disposizione sono stati in maggioranza neutralizzati. Tuttavia, l’arma principale a favore di Teheran sono i droni, molto più semplici ed economici da produrre, che sono in grado di provocare danni limitati e a bassa intensità ma su base continuativa e duratura nel tempo. Questi attacchi consentono dunque all’Iran di minacciare più o meno tutti nella regione e dunque di prolungare il conflitto. La Casa Bianca vuole certamente evitare un’operazione di terra, perché ciò significherebbe molto probabilmente farsi trascinare in un nuovo Afghanistan o Iraq dai contorni molto incerti e con ripercussioni pesanti nell’opinione pubblica statunitense: in vista delle elezioni di mid-term di novembre per Trump sarebbe molto rischioso allargare ulteriormente la frattura con la fazione Maga dei Repubblicani, che già non vedono di buon occhio l’intervento militare in Medio Oriente (non è un caso il silenzio del vicepresidente Vance di questi ultimi giorni). Per questo gli Usa stanno cercando di stimolare all’interno dell’Iran una sollevazione guidata dai movimenti di opposizione al regime, che sono tuttavia variegati e poco organizzati, mentre sono pronti a sostenere dalla periferia del Paese le minoranze etniche armate dei curdi, dei baluci e dei separatisti arabi di Ahwaz, nella speranza che possano indebolire ulteriormente la capacità di resistenza del regime.
Tuttavia, arrivare a un regime change non sarà per nulla facile: la teocrazia degli ayatollah non è paragonabile a una dittatura venezuelana. L’Iran non è affatto una “repubblica delle banane” dove è sufficiente sostituire il leader con un altro di sicura fiducia. La probabile scelta di Mojtaba Khamenei come successore del padre nel ruolo di Guida Suprema lascia intendere che il regime non intende sottostare alle richieste statunitensi, e in particolare di Trump che ha addirittura preteso di avere voce in capitolo nella scelta del nuovo leader. L’Iran è un Paese di 90 milioni di abitanti, grande oltre cinque volte l’Italia, altamente complesso e stratificato sia a livello geografico che culturale e sociale.
Infine, che dire del ruolo giocato fino ad ora da Europa e Italia? La reazione iniziale è stata timida, ad eccezione della Spagna che con il premier Sánchez non ha paura di dire di no agli Usa (anche sapendo di essere al riparo - attraverso l’Ue - da conseguenze e ritorsioni troppo pesanti). Occorre purtroppo prendere atto con realismo che la frammentazione politica di 27 Stati membri e la mancanza di un esercito comune ci rendono sostanzialmente spettatori di un conflitto nel quale, giustamente per ora, non vogliamo entrare. Meglio dunque concentrarsi sulla difesa dei nostri confini - a partire dalle minacce nei confronti dell’isola di Cipro, nei confronti della quale il sostegno collettivo europeo è doveroso - e sul dialogo con gli altri Paesi del Golfo al fine di far leva su quel che resta della diplomazia per evitare un allargamento eccessivo del conflitto e cercare di favorire l’emersione di una nuova leadership dialogante e riformatrice in Iran.

Giovanni Castellaneta
Un tale esito, che auspicabilmente porterebbe Teheran ad essere nuovamente accolta nella comunità internazionale e alla revoca delle sanzioni, aprirebbe opportunità economiche reciproche rispetto alle quali l’Italia si troverebbe in prima fila, alla luce degli ottimi rapporti bilaterali che storicamente hanno caratterizzato i due Paesi. È dunque apprezzabile la prudenza del Governo italiano in questa fase: le dichiarazioni misurate della premier Meloni e del ministro Tajani improntate alla critica ma senza farci entrare direttamente nel conflitto ci pongono al riparo da reazioni incontrollate, considerando anche la vicinanza del Mediterraneo (e delle relative basi Nato) al teatro del conflitto.