l’analisi
L'ultimo scandalo nella sanità, una malattia incurabile
È il minimo comune denominatore di tutti i partiti del centrodestra siciliano; è il pendolo che determina equilibri di maggioranza e rimpastini; è il rigo di curriculum di tutti (o quasi) quelli, politici e burocrati, che comandano: se non hai almeno un avviso di garanzia per una qualsivoglia fattispecie di corruzione, allora significa che, in Sicilia, non sei nessuno. Un morbo talmente diffuso da essere derubricato a banale ipocondria
La misura è colma. Perché non si parla - come, con ingenua tenerezza, titolano i media nazionali - del neo-dirigente del Policlinico di Messina. Iacolino, indagato dai pm palermitani con l'accusa di concorso esterno alla mafia e corruzione aggravata, è invece - molto più prosaicamente - l'uomo a cui la Regione, negli ultimi quattro anni, ha consegnato le chiavi della sanità siciliana. Più politico-manager che manager-politico, ha gestito le sorti del settore che, drenando la metà del bilancio regionale (il 48%, pari a oltre 11 miliardi), squarcia la pelle del diritto più primordiale dei siciliani: la salute. Dei malati che ci sono, e aspettano in lista d'attesa infinite, e di quelli che non ci sono più, come la professoressa Gallo di Mazara.
Ora, premesse tutte le formulette un po' ipocrite da manuale del garantismo, l'inchiesta che coinvolge Iacolino (con dentro un capomafia agrigentino, imprenditori trapanesi legati a Messina Denaro e un po' di altri intrallazzatori assortiti) puzza di mafia e di massoneria da lontano un miglio. Eppure, distogliendoci dalla lettura delle carte giudiziarie, la sensazione - terribile quanto realistica - è che in questa storia Cosa Nostra c'è dentro fino al midollo, ma potrebbe anche non esserci. Sì, perché nell'ennesimo capitolo del Romanzo Criminale siciliano, così come in tutti gli ultimi, il protagonista assoluto è un mostro dai mille volti e dunque senza volto: la corruzione.
È il minimo comune denominatore di tutti i partiti del centrodestra siciliano; è il pendolo che determina equilibri di maggioranza e rimpastini; è il rigo di curriculum di tutti (o quasi) quelli, politici e burocrati, che comandano: se non hai almeno un avviso di garanzia per una qualsivoglia fattispecie di corruzione, allora significa che, in Sicilia, non sei nessuno. Un morbo talmente diffuso da essere derubricato a banale ipocondria. Così ieri, all'Ars, si gioiva per la legge su "Comiso città della pace" e ci si trastullava sul terzo mandato dei sindaci. Come se nulla fosse.
Non è così. Nella maggioranza è già cominciato il gioco del fotti-compagno, per lucrare qualche poltroncina in più sui guai degli alleati; nelle opposizioni, intanto, si gareggia a chi è più antimafioso vagheggiando su nuovi crocettismi rivoluzionari, in attesa di litigare per perdere mantenendo gli orticelli.
E invece la vera rivoluzione sarebbe la normalità. Di chi mette le persone giuste nei posti giusti, di chi riesce a lasciare il malaffare fuori dai palazzi, di chi si assume, fino in fondo, la responsabilità di governare. Trovando la medicina giusta per una malattia che sembra incurabile.
Iacolino è stato il dominus della sanità siciliana: ha davvero ingannato tutti? Teresi, il dirigente regionale arrestato, è sotto processo per corruzione dal 2020: perché era ancora lì? E come mai, scandalo dopo scandalo, ricorrono sempre gli stessi nomi di intoccabili che restano al loro posto? Schifani, oggi, è imprigionato in un fetido lazzaretto. E non ne uscirà, se continua a usare la penicillina (sospensioni, dimissioni, interim e commissariamenti) per curare il cancro. Quando la colpa è sempre degli altri, allora la cura può diventare peggio del male.