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l'opinione

Referendum, un dibattito che merita Giustizia

Il dibattito ha assunto dimensioni che non aveva raggiunto neanche l’ultimo referendum confermativo

13 Marzo 2026, 10:25

10:30

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Manca ormai poco al cosiddetto Referendum sulla giustizia e si può affermare che abbiamo assistito al dibattito referendario, per essere buoni, più surreale di sempre. Forse, però, già l’avergli attribuito un nome che c’entra poco o nulla con il contenuto della riforma costituzionale doveva far presagire conseguenze nefaste.

Eppure, il dibattito ha assunto dimensioni che non aveva raggiunto neanche l’ultimo referendum confermativo (oppure oppositivo a seconda del punto di vista), ossia l’emblema delle politiche anticasta costituito dal “taglio dei parlamentari”.

Uno studio indipendente ha stimato che da quando è iniziato l’iter previsto dall’art.138 Costituzione, nei social network si sono registrati ben 11 milioni di post e più di 246 milioni di interazioni.

Il problema, come spesso accade, non è la quantità ma la qualità. Questo si riflette anche sulla mobilitazione della società civile, perché nonostante i tantissimi comitati, la maggior parte degli incontri svolti non sono dei dibattiti tra le diverse visioni, ma riunioni tra amici che hanno già deciso da che parte stare; lo scontro, anche duro, che dovrebbe rappresentare il sale della democrazia, spesso si evita e si preferiscono frasi ad effetto da condividere nelle piattaforme.

Ma il contenuto della riforma costituzionale? Pochi lo conoscono veramente. Non solo i comuni cittadini che vedono la questione come qualcosa lontana dai loro interessi, ma molti tra gli stessi commentatori non sentono il bisogno di approfondirlo.

Da un lato ci sono i conservatori della Costituzione, che spesso provengono dall’area che si autodefinisce progressista; coloro i quali ad ogni modifica del testo costituzionale (soprattutto se proposta dalla parte avversa) riesumano lo slogan “la Costituzione non si tocca”. Probabilmente taluni erano distratti quando la Carta veniva “toccata” per tagliare i parlamentari o per costituzionalizzare l’equilibrio di bilancio; men che meno quando si festeggiava per l’inserimento della tutela dell’ambiente in due articoli della Costituzione nello stesso periodo in cui si riaprivano le centrali a carbone per compensare il venir meno del gas russo.

Dall’altra parte ci sono coloro che usano le riforme costituzionali come battaglie politiche per alimentare consensi o distogliere da altri temi, vedi Gaza, Iran e tanto altro.

Un autorevole costituzionalista lo ha definito “uso congiunturale”, come se la Costituzione fosse un milleproroghe qualsiasi, da usare per accontentare quella fetta di elettorato scontenta, con la differenza che in questo modo si modificano elementi essenziali dell’ordinamento.

Le due “fazioni” sono però accomunate da una cosa: l’uso distorto della comunicazione che si manifesta in fake news, prospettazione di catastrofi apocalittiche e citazioni inventate.

Andando con ordine, basta dare un’occhiata ai manifesti per strada o ai post nei vari social network per trovare “vota SÌ/NO” con immagini che richiamano a tematiche che non riguardano né il Csm, né l’Alta Corte, né il sorteggio. Tra chi richiama i criminali che hanno distrutto Torino e chi i saluti romani di Casa Pound, passando per chi rievoca la P2 e “mani pulite”, tutti gli schieramenti hanno mostrato una certa fantasia che sembra aver attecchito su larga parte dell’elettorato ma che confonde l’elettore e fa perdere il focus di una questione non irrilevante.

Come se non bastasse, vi è la gara a chi fa dichiarazioni più controproducenti per la sua stessa parte.

Al noto Pm antimafia per il No che afferma “mafiosi e massoni votano Sì”, risponde un capo di gabinetto, ex giudice, che parla di magistratura come “plotone di esecuzione” da eliminare con la riforma. Affermazioni non solo gravissime, ma che ancora una volta non discutono del merito di una riforma complessa.

Ultimo elemento surreale è la ricerca di virgolettati di illustri giuristi del passato che sarebbero stati favorevoli o contrari alla riforma. Si è iniziato con Falcone e Borsellino, attribuendogli dichiarazioni ogni giorno diverse. Il primo, lontano dalle correnti, che si era esplicitamente espresso per la separazione delle carriere, viene richiamato dai sostenitori del Sì come se si fosse esposto anche sul resto del contenuto della riforma di cui ai tempi non si discuteva, e dai sostenitori del No, anche noti, che hanno financo letto in diretta dichiarazioni inventate nelle quali si sarebbe detto contrario alla separazione. Il secondo invece, più lontano dai riflettori e notoriamente legato ad una corrente seppur minoritaria, non si è mai espresso pubblicamente su questi temi.

Prescindendo da ciò che hanno o avrebbero detto questi due eroi, utilizzare due magistrati che sono uccisi servendo lo Stato, è decisamente stucchevole e inappropriato, senza contare che fondarsi su dichiarazioni altrui non è il modo migliore per affrontare una riforma.

Al di là di come andrà il voto, condizionato da un pessimo dibattito, lo scenario che si prospetta per la politica nazionale non può essere positivo. Se il livello della dialettica è questo in occasione di un voto popolare su un quesito tecnico, ma che necessita di una forte partecipazione popolare a fronte di una modifica approvata a colpi di maggioranza, per le prossime elezioni politiche ci possiamo aspettare toni ancora più accesi e una qualità dei confronti sempre più bassa.

Mala tempora currunt, ma la responsabilità è condivisa tra tutti. Se non si partecipa attivamente, consapevolmente e con apertura al dialogo, non possiamo aspettarci prospettive migliori.

*PhD Docente a contratto in Diritto Pubblico

Università degli studi di Palermo