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27 marzo 2026 - Aggiornato alle 17:59
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IL COMMENTO

Referendum sulla Giustizia, un “No” che vale più di una riforma

Gli elettori hanno bocciato separazione delle carriere e Alta Corte, giudicate inefficaci per migliorare la magistratura

27 Marzo 2026, 17:59

18:00

Referendum sulla Giustizia, un “No” che vale più di una riforma

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La lettura dell’esito del voto referendario è nitida e trasparente. Il voto è stato espressione chiara e forte di un corale plebiscito di rifiuto, anche del solo rischio di un controllo esterno della magistratura da parte del potere politico. È questo l’eloquente messaggio della società civile, che ha inteso difendere soprattutto l’indipendenza della magistratura intera, pubblici ministeri e giudici, paventando, al di là delle rassicurazioni dei riformatori, il pericolo di una temutissima anomala e ingombrante interferenza del potere esecutivo sulla giurisdizione.

Ogni scelta è orientata da un progetto e quella sottesa alla risposta referendaria è stata di preservare la progettualità costituzionale della magistratura definita all’art. 104 della Costituzioneordine autonomo e indipendente da ogni altro potere”. La separazione delle carriere, focus della riforma e, nella prospettazione dei riformatori garanzia di un esercizio indipendente e efficace della giurisdizione, è stata percepita dal popolo sovrano come ingranaggio tecnico del tutto neutro ai fini del miglioramento del sistema giustizia per l’assoluta ininfluenza sull’accelerazione e qualità della risposta giudiziaria dell’organizzazione interna delle carriere dei magistrati.

Ad onta dei ripetuti dibattiti e convegni, molti con la partecipazione diretta dei magistrati, e del plausibile smarrimento della gran parte della platea dei votanti per i nebulosi tecnicismi delle questione referendaria, ciò che ha indotto la gente a non disertare le urne è stato piuttosto il rigetto di una campagna referendaria scarsamente propositiva e talvolta aprioristicamente rancorosa nei confronti dei giudici, soprattutto nei confronti di quelli con funzioni di pubblico ministero. È stato questo forse il vero deficit del programma riformatore, una tensione punitiva esasperata e perdente con l’assillante filo conduttore dello stigma di una magistratura ideologizzata, narcisistica, persino impreparata nella prospettiva riformista e anche impermeabile a qualsiasi responsabilità al punto da meritare un giudice disciplinare speciale, l’Alta Corte, con una ferrea solidità delle decisioni sottratte all’impugnazione innanzi alla Corte di Cassazione e sindacabili soltanto dalla stessa Alta Corte in diversa composizione. Di certo ha anche contribuito alla scelta oppositiva l’opacità degli aggiustamenti normativi ventilati, dagli incerti contorni e rimessi ad un successivo intervento attuativo. Sullo sfondo la comunicazione spesso improvvisata dei riformatori non esente da sbavature, incolpevoli talvolta ma rovinose a fronte del nitido lessico esplicativo di chi, dall’altra parte, ha fatto intendere il contenuto demolitorio di norme costituzionali e non costruttivo dell’intervento riformatore.

Fattori concorrenti dell’assordante “No” sono stati l’inquietudine per la temuta deriva trumpiana e lo scenario della guerra ma si è trattato di concomitanze che, assai verosimilmente, non hanno scalfito l’incidenza preponderante della volontà, soprattutto dei giovani, di impedire la frantumazione dei tanti articoli della Costituzione richiamati nel quesito e tutti di solare chiarezza linguistica come lo è l’intera Carta.

Negli ultimi anni è lievitata la paura del potere giudiziario, soprattutto della giurisdizione accusatoria e si è registrato un inquietante deficit di credibilità del sistema giustizia con doverosa autocritica da parte della magistratura. Il voto ha tuttavia dimostrato che è stato più forte e di certo avvertito il timore di una revisione dell’assetto costituzionale della funzione giurisdizionale affidato alla riscrittura dei tanti articoli enunciati nel testo del quesito referendario, provvidamente illuminato dall’Ufficio Centrale per il referendum della Corte di Cassazione, ufficio che ha autorevolezza e soggettività giurisdizionale: “Approvate il testo della legge di revisione degli artt. 87, decimo comma, 102, primo comma, 104, 105, 106, terzo comma, 107, primo comma, e 110 della Costituzione approvata dal Parlamento e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale del 30 ottobre 2025 con il titolo Norme in materia di ordinamento giurisdizionale e di istituzione della Corte disciplinare”. La posta in gioco, né è riscontro l’imponente affluenza dell’elettorato, trattandosi di giustizia, è stata percepita, anche dall’elettorato giovanile, come una posta di enorme portata valoriale che riguarda ciascuno di noi e la nostra esistenza.

L’elettorato ha mostrato di essere consapevole che un potere giudiziario vulnerato nella sua indipendenza e lontano dal suo volto costituzionale è, comunque, un pericolo concreto per le garanzie. Ha mostrato di essere consapevole che l’indipendenza dei giudici, in uno stato democratico caratterizzato dall’immanenza della Carta Costituzionale, è un bene incommensurabilmente prezioso per la società civile.

La separazione delle carriere di giudici e pubblici ministeri o l’Alta Corte disciplinare, lo sdoppiamento del Csm, l’intervento sui sorteggi non hanno persuaso il popolo sovrano della portata migliorativa della riforma.

Se è vero, infatti, che la giurisdizione è afflitta da ritardi intollerabili, persistenti e invasivi vuoti di organico, ingiuste detenzioni di ingombrante invasività e, al suo interno, da dinamiche correntizie censurabilissime e si auspica irripetibili, vero è anche che il popolo ha compreso che la riforma ventilata non era affatto salvifica e che, seppur nella diversità dei ruoli, il controllo della legalità nella formazione della prova deve rimanere appannaggio comune della magistratura intera, giudici e Pubblici ministeri così come la tutela della legalità nella comunità sociale e nel processo.

Il percorso selettivo unitario, cioè un unico concorso di magistratura e la formazione comune dei magistrati tutti, è, poi, un presupposto fondamentale per selezionare professionalità orientate, seppur nella diversità dei ruoli, ad un unico servizio quello di tutela dei diritti delle persone e della loro dignità.

Un Pm è giudice, non è inquisitore.

La paura del potere giudiziario può comportare derive importanti sul piano delle garanzie.

Il popolo al quale appartiene la sovranità e che, ai sensi dell' art. 1 della Costituzione “la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”, non ha dimenticato la grande lezione costituzionale e cioè che ogni autentica democrazia implica la partecipazione di tutti alla cosa comune ma anche la responsabilità di ciascuno di noi nell'attuazione e nella crescita del sistema democratico di cui l' indipendenza della magistratura è un pilastro essenziale.

Il nodo giustizia rimane, soprattutto quello della lentezza della giustizia civile. La magistratura con il suo gravoso carico di responsabilità e l'onere di un rigoroso rendiconto del suo operato, essendo la giustizia amministrata ai sensi dell' art. 101 Costituzionein nome del popolo italiano” e “i giudici soggetti soltanto alla legge”, non si sottrarrà ad ulteriori sfide riformatrici di cui comunque si avverte la necessità.

Rimane la certezza, che induce all’ottimismo, soprattutto in noi anziani, che i giovani, tanti giovani, con l’inatteso slancio partecipativo al voto hanno dimostrato passione civile, ideali, tensione culturale e soprattutto hanno dimostrato di sentirsi tutelati da una Costituzione che, in un momento di irriducibili divisioni, rimane un manifesto di principi irrinunciabili e di unità nazionale.

Al centro della Costituzione, è questo il valore che il “ NO” ha inteso preservare, ci siamo noi, ciascuno di noi, la persona, la sua dignità, la sua libertà, le pari opportunità, i diritti e i doveri.

In uno stato democratico parametrato ai principi costituzionali soltanto una magistratura competente, sostenuta da una formazione garantista e dalla dialettica vigile con una sapiente avvocatura, ha il compito infungibile di tutela e promozione di quei diritti e di quei doveri individuali e sociali e di custode di un giusto processo.

La contesa referendaria è finita. Rimane l’attualità dell’immortale monito di Calamandrei che, nel celebre discorso del 1955, esortava i giovani con queste parole: “Quindi voi, giovani, alla Costituzione dovete dare il vostro spirito, la vostra gioventù, farla vivere, sentirla come cosa vostra, metterci dentro il senso civico, la coscienza….”.

È sorprendente ma i giovani il monito lo hanno recepito confermando ancora una volta che la democrazia è una meravigliosa occasione perché ciascuno di noi possa liberamente con le propria scelta, il confronto e la condivisione con gli altri, cambiare le cose o mantenere quelle che gli stanno più cuore.

* Già presidente Corte di Appello di Caltanissetta