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l'intervento

Il vulcano di casa e il sapere che manca

Quanti sono realmente capaci di vedere l’Etna con il filtro della conoscenza scientifica?

02 Aprile 2026, 10:54

11:00

ETna

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Si chiama «ignoranza di prossimità» ed è perfino più deleteria dell’assenza di conoscenza. È una forma di cecità cognitiva verso ciò che a noi è più limitrofo. Una assuefazione visiva in base alla quale guardiamo, ma non vediamo, i nostri vicini ogni giorno. Questa ripetitività ci porta a considerarli parte del contesto, facendoci perdere la curiosità o la sensibilità verso ogni loro cambiamento. Se in effetti si provasse a vedere, anziché limitarsi a guardare, si potrebbe imparare ad usare meglio i filtri della razionalità, dell’intelligenza emotiva o della informazione scientifica, alimentando i circuiti virtuosi di generazione della conoscenza e dell’innovazione.

Ad esempio, l’Etna - come ha sottolineato di recente il vulcanologo Boris Behncke in un dibattito pubblico promosso dall’associazione Generattivi al Museo del Cinema di Catania - è per molti catanesi una specie di «parete panoramica», la skyline del territorio che si osserva e ogni tanto si fotografa da vari punti della città: lungo la tangenziale, dal porto, dall’aeroporto.

L’Etna sta lì al suo posto, qualche volta la si ammira, ad esempio quando è tutta imbiancata; qualche altra volta la si guarda in cagnesco, come quando sputa cenere dai crateri sommitali, costringendo la gente al suo spazzamento e creando più senso di fastidio di quello che la cantante Ditonellapiaga ha di recente musicato in un brano di successo presentato a Sanremo. È motivo di orgoglio quando al suo nome viene associato il successo, come nel caso dell’Etna Valley e dello straordinario sviluppo del polo della microelettronica nell’area industriale di Pantano d’Arci. È casa, quando si atterra a Fontanarossa al ritorno da un lungo viaggio in aereo.

Ma quanti sono realmente capaci di vedere l’Etna con il filtro della conoscenza scientifica, evitando di provocare lunghe catene di disinformazione e misinformazione quando il vulcano è in fase eruttiva? Quanti sono capaci di percepire nella “Muntagna” la sua reale valenza di ecosistema, anzi di insieme di ecosistemi, che nella biodiversità trovano il loro punto di forza unico e distintivo? Quanti sono consapevoli delle enormi opportunità di sviluppo del territorio, in chiave turistica ma non solo, per via delle molteplici forme di fruizione e valorizzazione dell’intero complesso vulcanico? Quanti, nel mondo dell’imprenditoria, sono capaci di replicare il modello virtuoso dei produttori di vino dell’Etna che di una risorsa sono stati capaci di fare un elemento identitario del territorio, raccontandone la storia e non solo le sue straordinarie proprietà organolettiche?

Quando c’è ignoranza di prossimità, si tende a dare valore ad altro.

Nell’antichità lo si faceva attraverso il ricorso al mito, che comunque ha lasciato una bella eredità culturale, poi del tutto trascurata, anzi dissipata. Ai tempi odierni, il gap di informazione lo si riempie, invece, con la viralità delle fake news che si propagano velocemente sui social, talvolta in modo violento nel linguaggio; ma per fortuna, come scientificamente provato, la lava scende giù molto più lentamente degli sproloqui che corrono sul web.

Il deficit emotivo trova conforto nella fede e Sant’Agata è stata più vicina all’Etna di quanto non lo abbiano sentito dentro i Catanesi nei secoli. Infine, il gap di conoscenza si farcisce spesso con le leggende metropolitane, credenze che si autoalimentano grazie anche a qualche improvvisato influencer, diremmo oggi.

Come, ad esempio, la leggenda metropolitana che vuole il riuso a fini produttivi della cenere, ora non più rifiuto speciale, come attività possibile “lampo e stampo” subito dopo le emissioni; e dunque per ciò solo capace di risolvere, sempre immediatamente, il fastidioso problema dello smaltimento.

Tutto il resto - la logistica dello stoccaggio, le autorizzazioni al ritiro e al riutilizzo da parte di operatori specializzati, la realizzazione di materiali da economia circolare e il loro organico inserimento nei cicli produttivi ordinari - come mai non è contemplato?


* Rosario Faraci, docente ordinario, insegna di Principi
di Management all’Università di Catania