L'opinione
Serve un nuovo multilateralismo sul diritto internazionale
La crisi globale mette alla prova l'ordine internazionale, ma la compattezza europea della NATO, gli sforzi diplomatici per Hormuz e il ruolo prudente dell'Italia aprono uno spiraglio per un nuovo multilateralismo
E' Pasqua, ma purtroppo anche quest’anno per avere la pace dovremo attendere. Oltre ai conflitti già in corso da diverso tempo in tutto il mondo (a cominciare ovviamente da quello in Ucraina, la cui soluzione appare sempre più lontana), la “terza” guerra del Golfo intrapresa da Stati Uniti e Israele contro l’Iran va avanti ormai da un mese. La situazione è circondata da una coltre di incertezza e di manipolazioni mediatiche, dal momento che non si intravvede la conclusione delle operazioni militari non essendo chiari i reali obiettivi dell’amministrazione statunitense.
Il discorso di Donald Trump di mercoledì scorso non ha di certo aiutato a chiarire gli interrogativi: dopo annunci carichi di aspettative, il Presidente non ha fornito obiettivi e scadenze certe, limitandosi a ripetere che “le operazioni militari dureranno ancora 2-3 settimane” e che i bombardamenti contro l’Iran saranno così intensi “da riportarlo all’età della pietra” (un oltraggio per un paese con cinquemila anni di storia).
Nel frattempo, continua a salire la preoccupazione per le sorti dell’economia globale, con i prezzi dell’energia che stanno salendo alle stelle, la penuria di materie prime essenziali per l’industria e i venti di recessione che si stanno avvicinando minacciosi verso l’Europa.
Tuttavia, se volessimo cercare di guardare al bicchiere mezzo pieno, in questa situazione così negativa si possono notare almeno due effetti “collaterali” potenzialmente positivi.
Il primo è la ricompattazione dei membri europei della Nato che, nonostante le pesanti critiche rivolte da Donald Trump, stanno dimostrando in queste settimane di agire in maniera coordinata e soprattutto coerente con le regole di ingaggio dell’Alleanza Atlantica. La Nato è nata infatti come alleanza difensiva ed è giusto che rimanga tale, evitando pericolose fughe in avanti con operazioni militari di tipo offensivo in regioni del pianeta che peraltro nulla hanno a che vedere con il mandato operativo dell’Alleanza.
Il secondo elemento che lascia guardare con un filo di ottimismo è il tentativo – attualmente in corso fra una quarantina di Paesi – di trovare un accordo con l’Iran per la riapertura dello stretto di Hormuz, vitale per i traffici internazionali di energia e merci. La diplomazia deve rimanere lo strumento principale per la soluzione delle grandi questioni internazionali, anche in un contesto che è oggi radicalmente cambiato rispetto a quello che era stato definito ormai ottant’anni fa.
Occorrerebbe prendere atto che le regole definite all’indomani della Seconda Guerra Mondiale per gestire il sistema internazionale non sono più adatte: nel frattempo c’è stata l’implosione dell’Unione Sovietica, la disgregazione dell’ex-Jugoslavia, l’attentato alle Torri Gemelle e le guerre in Afghanistan, Iraq ,Libia, in Africa sub-sahariana e quelle in Oriente, vicino e lontano ed in America Latina per non parlare della crescita di attori come la Cina, India, Brasile, Sud Africa, Nigeria, che fino ad alcuni anni fa non avevano praticamente voce in capitolo a livello mondiale.
Stiamo insomma andando incontro a un cambiamento radicale, che se gestito in maniera opportuna evitando il ricorso ai conflitti armati potrebbe invece dare vita ad una nuova stagione di cooperazione internazionale, basata su regole nuove improntate al dialogo ed al rispetto reciproco. Un rinascimento dei popoli facilitato, si spera, da un uso rispettoso delle risorse umane, tecnologiche ed ambientali
In questo contesto, va sottolineato il ruolo del Governo italiano che, con lucidità e cautela garantite dalla premier Meloni e dal ministro degli Esteri e vicepremier Tajani, sta dimostrando di rispettare fedelmente i principi cardine della nostra carta costituzionale che ripudia lo strumento della guerra per la risoluzione delle controversie internazionali. E bene ha fatto il ministro della Difesa (e non della guerra!) Crosetto a non concedere agli Usa l’utilizzo della base Nato di Sigonella per effettuare operazioni offensive contro l’Iran. È peraltro curioso constatare come la base siciliana sia stata, per la seconda volta (dopo il primo “niet” imposto da Craxi quarant’anni fa) il teatro di un cortese diniego dell’Italia alle richieste statunitensi.
Ma non sembra un caso se è proprio la Sicilia ad essere al centro di queste vicende così delicate per gli equilibri globali. Da millenni l’isola, per la sua posizione strategica al centro del Mediterraneo, ed ora del mondo, è sempre stata terra di dialogo che ha saputo assorbire le culture di tutti i popoli che vi sono transitati, dai greci agli arabi-persiani, passando per normanni e spagnoli, fino ai piemontesi, ,configurandosi come un crocevia di scambi piuttosto che un terreno di scontro e conflitto. Dalla Sicilia arriva dunque un auspicio per superare questa preoccupante fase conflittuale attraverso il dialogo e per impostare un nuovo multilateralismo basato non sulla legge del più forte ma su un diritto internazionale rinnovato e in grado di rispondere alle esigenze di un mondo che è inevitabilmente cambiato.