l’osservatorio
Una democrazia giunta al guado: il passaggio dal “partitismo” al “leaderismo” non è stato indolore
Le regole di una democrazia egemonizzata o si riformano o la strangolano. È sempre accaduto. Le corde alla fine si spezzano
C’è qualcosa che non torna nell’idea che l’inclinazione autoreferenziale (indubitabile) delle attuali destre di governo sia la causa della debolezza delle nostre democrazie. Non soltanto l’autoreferenzialità non è una loro esclusiva, ma esse sono anche (come le sinistre) tutt’altro che noncuranti delle opinioni pubbliche. Ne hanno, al contrario, grande riguardo (vedi l’impiego larghissimo dei sondaggi). Cos’altro è, del resto, il “populismo”, se non appunto una ricerca costante di “diffusa” legittimazione?
E c’è anche di più. Tutti gli “imputati” si attengono alle attuali regole del gioco. Lo stesso Trump (il più accusato di propensioni autoritarie) ha accettato tutti i limiti e i freni che la democrazia del suo Paese prevede per l’azione del Presidente. E quanto a noi, tutti coloro (da Berlusconi, a Renzi, a Meloni) che sono stati accusati di non sopportare “contropoteri” ostativi, non hanno mai mancato di subordinarsi a quelli istituzionali esistenti. Borbottando, ma accettandone il ruolo. E soprattutto attenendosi alla regola prima della democrazia, che vuole che le regole si possano cambiare, ma solo osservando le procedure stabilite.
Quel che sta accadendo è altro. La democrazia parlamentare, configurata, sino agli anni Novanta del secolo passato, come una forma di governo complessa e molto articolata, tende a riconfigurarsi in una più semplificata. In modi tuttavia improvvisati e confusi. Non (come sarebbe necessario) secondo uno studiato disegno. È una macro-evidenza che le classi politiche italiane contemporanee, quale che ne sia il colore, piuttosto che a “rappresentare”, tendano a “orientare”. Se di torsione “autoritaria” si può parlare, non è di alcuni dei protagonisti, ma del comune “vissuto” del sistema.
Qualche considerazione su quanto maturato in casa nostra credo aiuterà. Parto dai partiti, divenuti tutti (a destra come a sinistra) strutture “chiuse”. Hanno tutti un leader cui affidano largo potere, esercitato direttamente o attraverso una rete di “fedeli” che ne dipendono. Sono sicuramente lontanissimi - nell’organizzazione interna e nelle loro modalità di relazionarsi con l’esterno - da quelli del tempo della cd Prima Repubblica. Esisteva allora una stretta dipendenza delle loro classi dirigenti (destinate a tramutarsi in quelle dell’azione politica) dalle componenti attive della società civile (università e centri di ricerca, editoria, giornalismo, associazioni di scopo). Costituivano il serbatoio di persone e, soprattutto, di idee che alimentava la progettualità della politica. Tra élites del corpo sociale e dirigenze politiche vi era ben più che familiarità. Vi era quasi identificazione.
Anche quarant’anni fa, la democrazia era vissuta da tantissimi con un impegno partecipativo “minimo”. Votavano soltanto. Solo coloro che costituivano le ricordate componenti attive ambivano ad una partecipazione più intensa e continua, che realizzavano appunto attraverso i partiti. Allora tutti accettavano però il ruolo delle gerarchie. Non si proponevano di sconvolgerle, ma di scalarle.
Quella dell’epoca era una società caratterizzata da aggregazioni medianti della socialità a struttura verticale. Elementari (come la famiglia) o più complesse e comprensive, laiche (come la Scuola) o confessionali (come la Chiesa). Vivevamo in una società a cerchi concentrici (ciascuno dei quali interagente con il prossimo). Gli appartenenti al cerchio più interno e circoscritto erano gli attori diretti della politica. Quelli del cerchio contiguo erano coloro che li supportavano come “opinione pubblica” di fattuale riferimento. Gli altri - né esclusi né ininfluenti - si impegnavano per migliorarsi. Per rendersi “più” influenti.
Non è più così. Per ragioni che non nascono nella politica. Sono maturati cambiamenti che hanno indebolito e poi praticamente cancellato la necessità delle antiche mediazioni. Gli individui hanno conseguito un’indipendenza nuova, prima sconosciuta. Se ne è progressivamente dilatata la dimensione. Si sono moltiplicate le libertà praticabili. La realtà ha preso a cambiare con grandissima velocità. Tutto è divenuto pressante. Governare ha richiesto una tempestività prima sconosciuta.
È molto significativo che - quando il sistema corruttivo di cui erano divenuti strumenti li ha travolti (Tangentopoli) - i vecchi partiti non siano stati “ripuliti”, ma abbandonati come ferri vecchi ormai inservibili. Era divenuto possibile (e fu perciò preferito) un rapporto diretto del leader con gli elettori. Da gestire con strutture più agili e funzionali allo scopo. Non solo. Così semplificate, rendevano possibile una tempestività del decidere prima sconosciuta.
Si sono incrociate - e tenute reciprocamente insieme - due novità. Da un lato, un individualismo montante che abbatteva le gerarchie medianti. Dall’altro, un’esigenza di tempestività del decidere che spingeva a rimodularne il processo, da collaborativo in adesivo. Decidere presto e numero di decisori sono fatti in palese opposizione. Meglio dunque (si pensò) una “delega” forte. È nato il maggioritario. La “gestione” della politica ha mutato forma. Le mediazioni complesse hanno ceduto. Le élites indipendenti hanno perso presa. Talora trasformate in centri di interesse che vivono di un immediato scambio con gli attori diretti della politica (si sostengono reciprocamente). L’opinione pubblica considerata è divenuta quella degli elettori che si nutrono (rispondendovi) di sollecitazioni emotive.
Mentre tutto questo si consumava nella cultura “materiale”, le forme istituzionali restavano sostanzialmente immutate. Ancorate a un passato tramontato. Hanno reso ineffettuali i processi decidenti che esse disegnano. Il cuore di ogni democrazia. Soppiantati da pratiche reali che agevolano oligarchie incontrollabili. Come sta accadendo con inesorabile evidenza. Lo ha osservato ora sul Corriere della Sera anche Sabino Cassese.
Le regole di una democrazia egemonizzata o si riformano o la strangolano. È sempre accaduto. Le corde alla fine si spezzano. Mai in favore (dovrebbero ricordare tutti) di coloro che le tirano. Se ne giova sempre qualcun altro. Augusto nasce vicino ai popolari, ma si fa padrone di Roma accordandosi con gli ottimati (sconfitti da lui assieme ai primi). Mussolini era cresciuto socialista.
*Sandro Corbino, studioso di Diritto Romano, è stato professore ordinario nelle facoltà di Giurisprudenza di Messina, Catanzaro e Catania. A lungo componente degli organismi nazionali di valutazione universitaria al Miur. È stato il primo Difensore Civico della città di Catania e giudice laico del Consiglio di giustizia amministrativa