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10 aprile 2026 - Aggiornato alle 10:35
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l'opinione

La “zona grigia” della politica

Tra vuoti normativi e crisi etica è sempre più dilagante il malcostume nei Palazzi

10 Aprile 2026, 10:03

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Nel dibattito pubblico italiano, la nozione di “zona grigia della politica” è divenuta sempre più centrale per descrivere quell’area opaca in cui interessi pubblici e privati, legalità e illegalità, responsabilità politica e responsabilità penale tendono a sovrapporsi senza confini netti. Non si tratta soltanto di condotte apertamente criminali, ma di un sistema di relazioni, tolleranze e ambiguità che, pur sfuggendo talvolta alla sanzione penale, incidono profondamente sulla qualità della democrazia.

Le vicende giudiziarie che coinvolgono esponenti politici di primo piano mostrano come questa zona grigia sia alimentata da una duplice dinamica: da un lato, il rapporto con ambienti criminali o clientelari, dall’altro, la tendenza della politica a proteggere sé stessa, invocando principi giuridici come la presunzione di innocenza anche oltre il loro corretto perimetro.

In questo contesto, il fenomeno del concorso esterno in associazione mafiosa, contestato ad un politico in carica, assume particolare rilevanza in quanto rappresenta una vera e propria “cerniera” tra istituzioni e criminalità organizzata, consentendo a soggetti formalmente estranei alle organizzazioni mafiose di contribuire al loro rafforzamento attraverso l’esercizio di funzioni pubbliche.

Tuttavia, il problema più insidioso non è soltanto la commissione di reati, ma la loro normalizzazione politica. La mancata presa di distanza da parte di partiti e istituzioni nei confronti di soggetti indagati o condannati evidenzia una logica utilitaristica, in cui il consenso elettorale prevale sull’etica pubblica. In questo contesto, la “zona grigia” si espande, trasformando la tolleranza in complicità sistemica.

A ciò si aggiunge una crescente tensione tra politica e magistratura, spesso rappresentata come uno scontro tra poteri. In questo contesto le accuse di “intrusività” delle procure appaiono frequentemente strumentali e funzionali alla difesa di una classe politica che fatica ad assumersi le proprie responsabilità. L’obbligatorietà dell’azione penale, infatti, non distingue tra cittadini comuni e rappresentanti istituzionali: anzi, proprio in ragione del ruolo pubblico ricoperto, il controllo dovrebbe essere più rigoroso.

Questa contrapposizione istituzionale contribuisce ad alimentare un clima di delegittimazione reciproca, in cui la politica tende a presentarsi come vittima di un potere giudiziario invasivo, mentre la magistratura viene chiamata, di fatto, a colmare vuoti lasciati da una mancata autoregolazione politica.

Ed infatti, la selezione della classe dirigente dovrebbe essere il primo presidio di legalità: attendere la sentenza definitiva significa rinunciare a una responsabilità che è innanzitutto politica.

Il tema si intreccia inevitabilmente con il principio della separazione dei poteri, oggi sempre più messo in discussione. Una parte significativa del mondo politico tende a percepire il processo penale non come accertamento di responsabilità, ma come “processo politico”, arrivando a delegittimare anche decisioni giudiziarie definitive. Questo atteggiamento contribuisce a svuotare di significato il principio secondo cui “la legge è uguale per tutti”, creando una frattura tra istituzioni e cittadini.

In questo scenario già critico si inserisce un ulteriore elemento di grande rilievo: l’abolizione del reato di abuso d’ufficio. Tale scelta legislativa, lungi dal rappresentare una mera semplificazione normativa, ha aperto un significativo vuoto di tutela, soprattutto rispetto a quelle condotte che, pur non integrando reati più gravi, comportano un uso distorto della funzione pubblica. Proprio su questo punto si è recentemente concentrata la richiesta del presidente dell’Autorità Nazionale Anticorruzione al Governo, sollecitato a intervenire per colmare le lacune normative e ripristinare adeguati strumenti di controllo.

L’abuso d’ufficio costituiva infatti una fattispecie “di confine”, idonea a intercettare quelle condotte che si collocano esattamente nella zona grigia: favoritismi, violazioni di regole amministrative, utilizzo discrezionale del potere a vantaggio di interessi particolari. La sua eliminazione rischia di ampliare ulteriormente quell’area di impunità in cui il comportamento illecito non è più sanzionabile, ma continua a produrre effetti distorsivi sull’azione amministrativa.

Il rischio è quello di una progressiva costruzione di una “casta” sottratta a responsabilità effettive, favorita da interventi legislativi che riducono gli spazi di rilevanza penale senza rafforzare adeguatamente i meccanismi alternativi di controllo. In assenza di un equilibrio tra garanzie e responsabilità, la politica finisce per perdere credibilità, alimentando sfiducia e disaffezione nei cittadini.

La zona grigia della politica, dunque, non è un’anomalia marginale, ma un fenomeno strutturale che richiede una risposta complessa e multilivello. Non basta l’intervento repressivo della magistratura, né è sufficiente una riforma normativa isolata. È necessario, piuttosto, un recupero complessivo del senso etico della funzione pubblica, accompagnato da strumenti normativi capaci di intercettare le condotte elusive e da una reale volontà politica di selezionare una classe dirigente all’altezza del proprio ruolo.

In definitiva, la sfida non è soltanto giuridica, ma culturale. Finché la zona grigia continuerà a essere percepita come uno spazio tollerabile o addirittura funzionale al consenso, ogni intervento normativo rischierà di rivelarsi insufficiente. Colmare i vuoti di tutela significa, prima ancora che introdurre nuove norme, ristabilire un principio fondamentale: la politica deve tornare a essere esercizio di responsabilità, non gestione del potere in assenza di limiti. Principi che valgono sia per chi governa sia per chi sta all’opposizione.

L'opinione di Aldo Lazzaro