l’opinione
Perché l’America rifiuta il nazionalismo di Trump
Ordini esecutivi, dazi e isolamento internazionale: il trumpismo che frena l’economia, incrina le istituzioni e divide gli Stati Uniti
È opinione diffusa che la torsione antidemocratica imposta da Trump possa avere effetti duraturi sulla società americana. Una sistematica opera di intossicazione dell’opinione pubblica e del sistema istituzionale che ha prodotto tra i sostenitori del Presidente un crescente atteggiamento di ostilità verso la democrazia, considerata come una minaccia per il consolidamento del potere del tycoon. Le cose non stanno così. Trump sta governando soprattutto sulla base di ordini esecutivi che stravolgono l’equilibrio tra i poteri. Si tratta di un fatto senza precedenti nella storia americana, che è oggetto di sempre più diffuse contestazioni anche da parte di quei settori dell’opinione pubblica da sempre schierati con Trump.
Sul piano internazionale, poi, la sfiducia nei confronti di Trump continua a crescere. E ciò perché la politica estera americana pare ormai destinata a subire uno stravolgimento anche sul terreno delle storiche alleanze occidentali che hanno caratterizzato la storia americana del dopoguerra.
Oggi l’America appare sempre più lacerata e divisa. Le guerre di Trump, spesso suggerite dall’alleato israeliano, stanno incidendo in modo molto pesante sull’economia americana e su quella globale. È emblematico quanto sta accadendo nello stretto di Hormuz, ormai consegnato di fatto al controllo iraniano.
Inoltre Trump viene sempre più spesso fatto oggetto di pesanti censure da parte della Corte Suprema che contesta la dubbia costituzionalità di molte sue decisioni, senza contare il caso Epstein che resta sullo sfondo dello scenario americano e i consistenti (e dubbi) arricchimenti del tycoon: nessun presidente americano si è arricchito negli anni della propria leadership in modo così rapido.
La summa di questi fattori fa sì che il trumpismo, che avrebbe dovuto segnare addirittura una sorta di età dell’oro degli Stati Uniti, viene ritenuto un elemento di regresso. È tutto il programma economico e sociale del Presidente che sta franando. Soprattutto le politiche commerciali, che avrebbero dovuto essere alla base del rilancio dell’economia americana, anziché creare nuovi posti di lavoro, stanno al contrario deprimendo il sistema economico statunitense. In campo internazionale viene ormai universalmente contestata la scelta di Trump di usare i dazi per ottenere concessioni da altri paesi, ricattando tutti coloro che si oppongono alla confisca attraverso la forza di risorse che appartengono a Stati sovrani. Il presidente spiega che è questa la via maestra per arricchire l’America, anche a costo di impoverire paesi che sono già poveri. Il tycoon americano prevedeva che le entrate derivanti dai dazi avrebbero contribuito a contenere il forte deficit e il debito pubblico, ma ciò non è avvenuto, è successo anzi il contrario . È prevedibile un contenzioso che potrebbe durare molto a lungo con quegli imprenditori che si erano visti costretti a pagare i dazi successivamente giudicati illegittimi dalla Corte Suprema e che ora non sanno quando verrà loro restituito ciò che hanno ingiustamente versato.
Morale: da età dell’oro a età della grande regressione economica, sociale, istituzionale e culturale, il passo è stato breve.
A novembre si voterà per l’elezione di metà mandato ma è molto probabile che la grande incertezza prodotta dalle scelte sbagliate del presidente americano, peraltro censurate da una larga parte del Congresso, ne facciano presagire la sconfitta elettorale .È significativa da questo punto di vista l’opinione sempre più diffusa secondo cui Il Presidente non avrebbe il necessario equilibrio per poter governare la più importante democrazia del mondo.