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17 aprile 2026 - Aggiornato alle 08:58
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L'intervento

Lavoro, gli effetti irreparabili dell'indifferenza su quei morti

Nel 2025 le vittime - tra risparmio sulla sicurezza, controlli assenti e lavoro nero - sono state 1.093

17 Aprile 2026, 08:48

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Lavoro, gli effetti irreparabili dell'indifferenza su quei morti

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Quella delle morti sul lavoro non è, a ben vedere, una serie di eventi: è un fatto. Un fatto ostinato, che si ripete con la puntualità di una funesta abitudine nazionale. Nel 2025 i morti sono stati 1.093; e già il numero, così preciso, sembra voler rassicurare, come se la precisione sterilizzasse la tragedia. Otto erano studenti, mandati a imparare il lavoro e invece consegnati alla sua parte più cieca. Gli infortuni denunciati sfiorano i seicentomila: uno ogni otto ore per i morti, uno al minuto per i feriti. E tuttavia questi numeri non bastano, perché accanto ad essi vive un’ombra: incidenti travestiti da altro, denunce che non arrivano, vite che non entrano nelle statistiche e perciò sembrano non essere mai esistite.

In una Repubblica che si dichiara fondata sul lavoro, anche un solo infortunio dovrebbe apparire come una contraddizione, se non come una smentita. Ma le contraddizioni, da noi, hanno lunga durata. Si dice che le imprese risparmiano sulla sicurezza; ed è vero.

Ma si dovrebbe aggiungere che questo risparmio è una forma di ignoranza: non sapere, o non voler sapere, che la sicurezza è l’unico investimento che rende senza ambiguità. Ogni euro risparmiato oggi si presenta domani come un debito, spesso pagato a prezzi d’inflazione con la vita di qualcuno.

Il nostro sistema produttivo, fatto per la gran parte di piccole imprese, si regge su rapporti personali più che su regole. Dove il rapporto è personale, la legge tende a farsi opinione. E l’opinione, spesso, coincide con la convenienza. In queste realtà, la sicurezza diventa un consiglio, non un obbligo. E i consulenti, che dovrebbero tradurre la norma in pratica quotidiana, restano talvolta figure di carta.

Si aggiunge poi una certezza distorta: che il controllo sia raro, e dunque evitabile. È una certezza che nasce da una semplice constatazione: i controlli sono pochi. Il problema dei controlli, infatti, è quasi aritmetico. Pochi controllori, molti controllati: il risultato è scontato.

In Sicilia, questa sproporzione assume i contorni di una scelta protratta nel tempo. Si sono assunti forestali, ma non ispettori; si è preferito presidiare i boschi piuttosto che i luoghi di lavoro. Così l’<strong;>assenza di controllo diventa, lentamente, una forma di autorizzazione implicita. Dove non c’è controllo, cresce l’illegalità. E l’illegalità del lavoro non è un’astrazione: è lavoro nero, è assenza di diritti, è evasione, è rischio quotidiano. È anche un costo collettivo, perché ogni incidente ricade sulla sanità, sulla giustizia, sulla società intera.</strong;>

Non tutte le imprese sono uguali, naturalmente. Ce ne sono che rispettano le regole e pagano per questo rispetto un prezzo ulteriore: la concorrenza di chi sulle regole costruisce il proprio vantaggio. È una concorrenza sleale, ma soprattutto è una concorrenza immorale, perché si fonda su un risparmio che ha come misura la sicurezza altrui. Si parla spesso di prevenzione, meno di cultura. Eppure, è lì che si gioca la partita: nella formazione, nei controlli, nella convinzione diffusa che la legalità non sia un intralcio ma una condizione minima. Senza questa convinzione, ogni strategia resta un enunciato.

In Sicilia la situazione è drammatica: gli ispettori del lavoro sono così pochi da rarefare i controlli preventivi. Ancora più rara è la tempestiva esecuzione delle deleghe di indagine della magistratura. Il lavoro nero è così diffuso che la regola sembra essere l’irregolarità, e i giovani imparano presto che devono scegliere tra accettarla o partire. In entrambi i casi, qualcosa si perde: dignità, futuro, appartenenza.

E la magistratura? Cosa può fare il giudice? Poco, purtroppo. Si muore di mancata prevenzione e non di mancata repressione. La sanzione interviene quando la tragedia è già compiuta. E tuttavia anche qui si avverte una certa timidezza: la difficoltà, forse, di considerare questi casi per ciò che sono, e cioè non semplici incidenti, ma conseguenze prevedibili. Le norme esistono, le responsabilità sono definite, ma le sentenze restano poche rispetto alla dimensione del fenomeno. È come se mancasse, anche qui, la volontà di guardare fino in fondo.

Si dice talvolta che il lavoro uccide più della mafia. È una frase che si ascolta senza crederci davvero, perché manca di narrazione, di volti, di memoria. Alcune tragedie restano, altre scompaiono. Non è il numero che decide la memoria, ma il racconto, e noi, di queste morti, raccontiamo poco e dimentichiamo in fretta. Così accade che tre morti al giorno non suscitino scandalo, mentre lo stesso numero, in altro contesto, provocherebbe allarme e reazione. Se nel nostro Paese ci fossero tre morti al giorno e un ferito al minuto per criminalità organizzata vorremmo l’esercito per strada. Ciò succede ogni giorno sui ponteggi, nelle fabbriche, nella logistica, nelle nostre campagne nella quasi totale indifferenza. La morte si consuma con una regolarità che finisce per sembrare naturale. Ma non lo è. E se c’è qualcosa che accomuna tutte queste morti, oltre alla causa, è l’indifferenza che le circonda. Anche l’indifferenza, come certe economie, produce i suoi effetti: e talvolta sono irreparabili.