L'intervento
Perché le centrali a carbone sono necessarie
La decisione di rinviare al 2038 la chiusura delle centrali a carbone è l’inevitabile conseguenza della guerra nel golfo Persico e del blocco dello stretto di Hormuz
Il Ministro Pichetto Fratin, parlando a Radio 24 la scorsa settimana, ha affermato: «Spero di non dover mai riaccendere le due centrali a carbone di Civitavecchia e Brindisi». Come ex Ministro dell’Ambiente mi permetto di dissentire dal mio “successore”.
La decisione di rinviare al 2038 la chiusura delle centrali a carbone è l’inevitabile conseguenza della guerra nel golfo Persico e del blocco dello stretto di Hormuz.
Conseguenza inevitabile perché la riduzione dell’approvvigionamento di gas può essere compensata da impianti immediatamente disponibili per la produzione stabile fino ad almeno 25 TWh, al fine di assicurare la continuità dell’erogazione di elettricità ed evitare i rischi di black out.
In termini percentuali l’impiego del carbone potrà coprire tra 8% e 10% circa della produzione di elettricità, nel caso in cui l’apporto del gas naturale dovesse scendere sotto il 35% rispetto all’attuale 42%.
Mentre non sembra fattibile coprire il gap di gas con una crescita in tempi rapidi del 20% delle fonti rinnovabili, che oggi coprono il 52% della produzione di elettricità: il piano di sviluppo di Terna per il potenziamento della capacità di connessione alla rete di impianti rinnovabili (ancorché esistenti) avrà i primi effetti a partire dal 2030 mentre il blocco di Hormuz richiede risposte in settimane.
È necessario inoltre ricordare che, nell’attuale assetto delle capacità di accumulo (1,065 GW impianti utility scale), la stabilità e continuità della produzione dalle centrali termoelettriche assicurano il back up per le fonti rinnovabili intermittenti. La riduzione in tempi rapidi della produzione dalle centrali avrebbe effetti negativi sulla generazione elettrica da fotovoltaico ed eolico.
È stato inoltre osservato che il rinvio al 2038 è in controtendenza rispetto alla decarbonizzazione dell’economia italiana. A questo proposito va rilevato che l’elettricità copre il 22% dei consumi energetici: ovvero il 10% di elettricità prodotta dal carbone corrisponde a circa il 2% dei consumi di energia in Italia.
In altre parole, l’impiego delle centrali a carbone per coprire la ridotta disponibilità di gas avrà un effetto marginale sul percorso di decarbonizzazione.
Inoltre, considerando che la quantità di carbone può essere ridotta di almeno il 50% con l’impiego in co-combustione del CSS-C derivato dai rifiuti non pericolosi, l’intensità di carbonio della produzione di elettricità si riduce ulteriormente mentre la valorizzazione energetica dei rifiuti ridurrà la dipendenza dall’importazione di carbone.
Detto questo, Hormuz richiede di affrontare finalmente in modo trasparente e responsabile i nodi della sicurezza energetica dell’Italia. L’evoluzione delle tecnologie, della competizione nel mercato globale dell’energia e del processo di decarbonizzazione, richiedono in Italia un approccio integrato tra crescita delle rinnovabili, sviluppo del nucleare estrazione e raffinazione delle risorse fossili nazionali. Queste sono le linee di azione per consentire sia la crescita di competenza e competitività, sia la riduzione della dipendenza dalle importazioni.
I piani di sviluppo di Terna 2025-2034 e post 2034 possono assicurare - contestualmente all’aumento dell’elettricità disponibile (dal 22% del 2025 ad almeno il 40% dei consumi energetici nel 2034) - la riduzione dell’intensità di carbonio dell’elettricità prodotta attraverso sia l’aumento della capacità di connessione alla rete degli impianti rinnovabili sia la generazione stabile e continua del back up “carbon free” per le rinnovabili con almeno il 10% di elettricità da impianti nucleari (30 TWh).
40 anni dopo il referendum sul nucleare, mentre l’Italia importa il 75% dell’energia, la Francia - grazie al nucleare - ha attualmente una dipendenza inferiore del 40% ed una posizione avanzata sia nello sviluppo dei reattori di terza generazione (è prevista la costruzione di almeno 6 nuovi European Pressurized Reactors entro il 2035-2050) sia nella progettazione e realizzazione di Small Modular Reactors.
L’Italia ha le competenze e, da poco, anche una società dedicata alla ripresa del nucleare.
Ma manca la decisione politica sulla procedura da adottare per la individuazione dei siti e le autorizzazioni. Una decisione che dovrebbe essere presa considerando il valore aggiunto degli impianti nucleari nelle strategie di decarbonizzazione, sia per l’aumento dell’elettricità “carbon free” sia per il supporto nelle produzioni industriali ad alta intensità di carbonio (“hard to abate”).
Intanto Croazia, Albania e Grecia trivellano ed estraggono gas nell’Adriatico e nel mare Ionio (complessivamente sono stimate riserve attorno ad almeno 400 miliardi di metri cubi) assicurando sia la riduzione della dipendenza energetica (la Croazia copre il 50% della domanda interna) sia in prospettiva una posizione competitiva nel mercato del gas naturale. L’Italia estrae dagli stessi mari, e con molte difficoltà, circa 2 miliardi di metri cubi.
Ricordo che nel 2013 ero stato denunciato per avere semplificato le procedure, e autorizzato con rigorosi limiti ambientali le esplorazioni in Adriatico. Forse sarebbe ora di riprendere in mano il dossier gas “domestico”, investire nell’estrazione e raffinazione in Italia, e magari chiedere i danni a chi ci ha privato di una risorsa strategica con farlocche motivazioni ambientali.
* Corrado Clini
ex ministro dell’Ambiente